Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:24

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A Milano e a Napoli l'Italia che non va

di Giuseppe Giacovazzo
di GIUSEPPE GIACOVAZZO

Quando il troppo è troppo. Apri la tv, a qualunque ora, ed è rissa, a Milano, a Napoli e dintorni. Nauseato anche il cardinale Bagnasco, con la Chiesa che porta sulle spalle duemila anni di pazienza. E se l’ha persa anche lei, vuol dire che questo Paese è proprio malato cronico. E non fa sconti a nessuno il presidente della Cei, che anzi invoca un'alternativa radicale all’attuale classe politica, e con toni di vera indignazione. Un connotato di questa campagna elettorale è stato l’esasperato abuso del potere televisivo. L’Agcom commina pesanti sanzioni pecuniarie, ma le pagheranno gli italiani abbonati alla Rai. 

S’impone ormai una seria riflessione sull’uso dei mezzi televisivi in questo regime di duopolio, unico nell’Occidente democratico. E non si tratta solo dell'eterno conflitto d’interesse, mai regolato, complice l’opposizione di sua maestà il Cavaliere. L’esito del ballottaggio dovrà dirci se sia davvero incontrastabile l’assioma berlusconiano, secondo cui “esiste solo ciò che passa in tv”, e tutto il resto è noia. Una mezza smentita è già venuta col primo turno. Il potenziale mediatico scatenato non ha salvato la Moratti. E se lunedì le urne confermeranno il verdetto, vorrà dire che entra in crisi anche il rapporto tra potere tv e consenso elettorale. Si accreditano nuove forme di proselitismo, e anche il primordiale porta a porta, riscoperto dall’impegno giovanile nelle desolate periferie metropolitane. Grillo e 5 stelle insegnano. 

Un altro tratto di questa competizione è l’intervento diretto del potere politico in campo amministrativo. C’è sempre stato. Ma era discretamente sottinteso. Palazzo Chigi ha sempre fatto sentire il suo peso in favore dei candidati del suo stesso colore. Ma ora promette pezzi di Stato da decentrare, ministeri da scorporare tra Nord e Sud. La campagna elettorale pare sia sfuggita di mano a donna Letizia, abbandonata dalle centrali politiche che l'avevano sostenuta. E Berlusconi s’affretta a scaricare su di lei (e su Lettieri) tutto il conto di una sconfitta annunciata. 

In realtà la Moratti paga non solo per sé e la sua gestione, ma per l’intero ventennio che ha visto arretrare Milano, capitale economica e culturale declassata tra le capitali europee. La grande editoria ridotta a monopolio pigliatutto. L’economia inquinata dalla penetrazione della ‘ndran - gheta nei santuari della finanza. Una città che non attira più lavoro qualificato e ricerca. La Milano da bere di craxiana memoria intristita nel cupo velario che ammorba interi quartieri. 
E Napoli, la bella Napoli delle canzoni e del buon vivere, la grande Napoli dei teatri, della cultura, dell’arte? Non riesco a immaginare Eduardo a braccetto col sindaco Valenzi per le strade a lui care, nel profumo di brezza marina. Altri vent’anni perduti. Qui non dalla destra, come a Milano, ma dalla sinistra che esordì come nuova classe politica, presto rivelatosi peggiore della vecchia. 

Oggi Milano resuscita un’alternativa borghese, per 20 anni letargica, contro una destra populista. A Napoli confusamente si profila un’alternativa popolare antipartito contro una destra discussa per certi personaggi in odore di camorra. Ma è il dopo che inquieta. C’è chi sogna una caduta tombale del berlusconismo, assecondata dalla Lega pronta a nuove coalizioni col varo di una legge elettorale proporzionale, profittando del marasma correntizio che affligge il Pdl. I più cauti ritengono invece che quei Due, Senatur e Cavaliere, andranno fino in fondo alla legislatura avendo troppi interessi in comune. Al ventennio perduto a Milano e a quello perduto a Napoli si sommerà il ventennio perduto dall’Italia nel contesto europeo e nel mondo.

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