Martedì 15 Ottobre 2019 | 18:33

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Parrocchiani silenziosi attorno a quel don Riccardo

di Michele Partipilo
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A mano a mano che l’inchiesta avanza emergono fatti e particolari sempre più inquietanti. Stiamo parlando della vicenda del prete genovese accusato di pedofilia, spaccio di droga e forse anche di prostituzione. All’inizio sembrava una «normale» storia di un sacerdote che aveva allungato le mani su qualche chierichetto.

Non che questo non sia già grave, ma poi sono arrivate accuse anche più pesanti, fino a quelle estreme per un uomo di Chiesa: sospetti di pratiche sataniche. È vero che l’abisso della mente umana è insondabile e non possono certo bastare una tonaca o una divisa a metterci al riparo da violenze e nefandezze. Ma in questo caso davvero si resta sconcertati di fronte alla frenetica e perversa attività delinquenziale di quest’uomo, al quale si fatica ad accordare la presunzione d’innocenza, così come vorrebbero la nostra civiltà giuridica e una corretta pratica giornalistica.

Secondo le accuse don Riccardo Seppia - subito sospeso dall’esercizio del ministero sacerdotale - avrebbe messo su un vero e proprio business luciferino. Con un vorticoso giro di denaro, con l’acquisto e la cessione di ingenti quantità di droga, con il reclutamento di vittime per soddisfare i suoi biechi istinti. Aiutato in questo - sostiene ancora l’accusa - da un ex seminarista e forse anche da qualche altro compagno di merende.

Che i fatti fossero particolarmente gravi lo si era capito dalla presenza del cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova ma anche presidente dei vescovi italiani, nella parrocchia di don Riccardo nel momento del suo arresto. Non accade tutti i giorni che un prete venga arrestato e ancora più raro è che un cardinale corra a rassicurare i suoi parrocchiani. I cronisti dicono che di fronte alle accuse, ma soprattutto alle prove raccolte dagli inquirenti, Bagnasco abbia pianto. E bene si capiscono quelle lacrime. Per le vittime innocenti di questa storiaccia, per la ferita al corpo della Chiesa, per l’oltraggio al ministero che si rappresenta, per lo schiaffo agli sforzi che il pontefice in prima persona sta sostenendo per estirpare la piaga della pedofilia, arrivando a umiliarsi pubblicamente di fronte al mondo intero.

Quel che non si capisce, e su cui forse lo stesso cardinale dovrebbe indagare più severamente, è come tutta la vicenda possa essere arrivata a conseguenze così estreme senza che vi fossero interventi preventivi, provvedimenti per impedire così orribili depravazioni. Se non vi fosse stata la casuale intercettazione da parte della polizia, impegnata in tutt’altre indagini, don Riccardo avrebbe continuato indisturbato ogni sua turpe attività e chissà in quale altra caverna del Male sarebbe stato capace d’infilarsi.

Dai fatti noti appare purtroppo chiara una assenza di vigilanza da parte dei superiori di don Riccardo. Da tempo la Chiesa drizza le orecchie già nei seminari per valutare se vi siano segni di qualsiasi genere che sconsigliano la via della talare. Direttori, padri spirituali, parroci presso i quali i seminaristi svolgono una sorta di «apprendistato» hanno l’obbligo di osservare con attenzione e riferire. Solo uno di questi soggetti, a quel che è dato sapere, aveva espresso dubbi sulla genuinità della vocazione di don Riccardo. Ma dubbi rimasti senza seguito. Fatto sta che gli era stata affidata la responsabilità di una parrocchia. Che non è cosa da poco, nonostante la penuria di preti abbia portato a un allentamento dei criteri che presiedono a queste scelte.

Ma sembra strano che neppure i parrocchiani abbiano mai sospettato di nulla: possibile che nessuno abbia scorto qualche stranezza? Che nessuno abbia colto qualche pettegolezzo su questo sacerdote che trascorreva le notti in discoteca e la mattina dormiva fino a mezzogiorno?

Eppure chi appena appena abbia vissuto un po’ l’atmosfera delle parrocchie sa quanto le comunità siano oltremodo attente a cogliere segnali di presunti comportamenti censurabili. Uno sguardo a una catechista, una battuta fuori luogo, una diceria, un pettegolezzo si tramutano immediatamente in lettere e segnalazioni al vescovo. E quasi sempre senza che vi sia in realtà alcunché di riprovevole. In questo caso niente, neppure il venticello della calunnia ha sfiorato la malavita di don Riccardo. Tutto ciò non appare verosimile. Forse c’è qualcuno che nella Chiesa non ha vigilato abbastanza o forse lo ha addirittura protetto. Di certo va fatta chiarezza anche in questa direzione, preparandosi magari a scoprire anche qualche inconfessabile verità. Un obbligo che diventa ancora più impellente se la vicenda tocca le responsabilità del presidente dei vescovi italiani.

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