Martedì 19 Marzo 2019 | 16:30

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Quando gli uomini partorivano... Dalla coscia di un dio sbuca un bambino: è il piccolo Dioniso, il cui feto - una volta incenerita sua madre Semele - fu «incubato» dal padre Zeus nella propria gamba. Chi nasce è una divinità straordinaria, che procura l’ebbrezza e induce all’eccesso e che - essendo un risorto dalla morte, un dio «nato due volte» - è invocato nei riti funebri come promessa di salvezza. Non per nulla all’eccezionale evento della sua nascita presiedono tutte le divinità olimpiche. Con tale immagine - impressa su un grande vaso, un cratere cultuale databile tra il 400 e il 380 a. C. - si apre la mostra «La vigna di Dioniso», inaugurata ieri a Bari, in Palazzo Simi, sede della Sovrintendenza archeologica. 

La mostra ripresenta in gran parte gli stupendi materiali mostrati nella rassegna curata più di un anno fa a Taranto nel Museo archeologico (MArTa), con qualche opportuno mutamento e con un allestimento diverso. La rassegna è dedicata al dio greco (che a Roma sarà poi invocato con il nome di Bacco) e al suo culto, narrato attraverso l’elemento-dono che più lo ha caratterizzato nell’antichità: il vino. Il cratere con la raffigurazione della «nascita di Dioniso» fu rinvenuto a nel sito archeologico della peucezia Kailia, l’odierna Ceglie del Campo presso Bari. 

E da questo stesso insediamento riaffiorò l’altro cratere-capolavoro del V secolo a. C. che conclude il percorso della mostra: dipinto dal cosiddetto «Pittore delle Carnee», esso ci mostra il dio dell’ebbrezza e della salvezza seduto in trono, con un copricapo «etnico», il consueto tirso-bastone e il vaso potorio in mano, mentre ammira la danza estatica di una menade in trance. Difatti questa mostra ripresenta - questa volta a un pubblico «barese» - sontuosi reperti in gran parte affiorati in Terra di Bari, l’antica Peucezia, da Kailia - come si è detto - e soprattutto dalla necropoli di Rutigliano-Purgatorio (databili al V-IV secolo a. C.): veri capolavori dell’arte ceramica. Nei vasi figurati e nelle statuette (coroplastica) prorompe un tripudio di satiri, menadi, baccanti del corteo dionisiaco. Sono tutti impegnati a produrre, a gustare o a smaltire gli effetti del dono divino. Un regalo ambivalente: da una parte esso è farmaco per gli affanni umani e bevanda sociale capace, attraverso il costume del simposio, di istituire legami famigliari e rapporti sociali; dall’altra esso è un succo pericoloso che, se ingerito in modo scorretto, induce all’ebbrezza e alla perdita di equilibrio, fino alla trance e al folle eccesso. 

Non per nulla nel seguito di Dioniso sono sempre presenti figure dalla duplicità umano-bestiale (i satiri), o donne invasate come le menadi e le baccanti vorticose nella danza, fino all’estasi. 
Dal mito al rito: in mostra si presentano corredi funerarii provenienti da Taranto e da Rutigliano. Da Taranto, il ricchissimo repertorio vascolare dell’atleta vincitore alle gare di Atene (con i consueti vasi «panatenaici»); da Rutigliano, invece, uno stupefacente corredo di ceramiche e di bronzi che un principe peucezio volle portare con sé nell’aldilà, come embelma del suo rango in vita. Grandi e piccoli vasi per il simposio, tra i quali i consueti contenitori per mescolare la bevanda (il cratere) e quelli per bere, il «kantaros», che diventa attributo di Dioniso stesso. 

Riemerso a Cavallino, presso Lecce, il corredo funebre del V sec. a. C.. Dovette appartenere a un signore-atleta messapico, come testimonia la presenza dei tre strigili, i concavi falcetti per spalmare l’olio sul corpo e detergersene, ma anche le raffinate stoviglie bronzee (bacile, colino...) e i crateri per mescolare il vino. Una sezione della mostra è difatti dedicata alla produzione e alla commercializzazione del vino e agli attinenti e vari contenitori. 
Senza dubbio curiosi spiccano, tra i vasi per bere, i «rhytà» plasmati a forma di facce di animali o di umani, o addirittura costituite da vere proprie sculture ceramiche di comica stravaganza: come quello che raffigura un nano dall’attributo priapico prominente, che trascina un grande volatile (raccogliendo una suggestione leggendaria e letteraria); anch’esso proviene da Rutigliano. Non poteva mancare lo sguardo all’elemento ludico-amoroso che riguardava il consumo dell’inebriante bevanda: il noto gioco del «kottabos» durante il simposio, molto documentato nell’antichità greca e consistente nel colpire con l’ultima goccia rimasta nel «bicchiere» su un congegno di piatti in equilibrio. Chi primeggiava, si aggiudicava i favori sessuali di una ragazza (o di un ragazzo, secondo i gusti)... Difatti tutto questo rilevantissimo patrimonio culturale ci introduce nella vita quotidiana di un’antica Apulia le cui élites signorili avevano assimilato la civiltà greca non solo nei modi e nei costumi, ma anche nell’immaginario religioso e letterario (i miti degli dei e degli eroi gustati nelle scene dei vasi). E che sapevano circondarsi di oggetti a quel tempo prestigiosi per fattura, importati da Atene o da Taranto: capolavori che si facevano ammirare. E si fanno ammirare. Sicché, osservandoli ora, riaffiora il rammarico: è un vero peccato che Bari possegga un patrimonio archeologico di altrettanta rilevanza estetica e documentaria - quello del Museo provinciale, un «chi l’ha visto?» - e che tuttavia i baresi non possano da anni ammirarlo. E chissà quando mai potranno...

UNA MOSTRA A BARI
È stata inaugurata ieri a Bari, presso Palazzo Simi (sede della Soprintendenza archeologica diretta da Francesca Radina, strada Lamberti, borgo antico) la mostra «La vigna di Dioniso. Vite, vino e culti in Magna Grecia» curata dalla Soprintendenza archeologica di Puglia. La mostra ripresenta i materiali di una omonima rassegna tenutasi a Taranto lo scorso anno, curata dagli ispettori della sovrintendenza, capitanati da Antonietta Dell’Aglio, e con l’allestimento di Armanda Zingariello.
137 reperti, databili soprattutto tra VI e IV secolo a. C. (ma con appendici anche verso il II), raccontano la civiltà dell’antica Puglia, attraverso il vino e il culto del suo dio Dioniso. Ha presentato la mostra la direttrice regionale dei Beni culturali, Isabella Lapi, la quale ha ricordato che la manifestazione si inserisce nell’iniziativa delle «Porte aperte». All’occorrenza sarà messa a disposizione della cittadinanza, per iniziative culturali, uno spazio mai utilizzato dell’isolato 49, nel centro storico. 
Ha illustrato i temi della mostra il sovrintendente Antonio De Siena, che ha ricordato le peculiarità degli oggetti in rassegna e le connessioni del rito sociale del vino nell’antichità. 
La mostra resterà aperta fino al 20 novembre 2011. Ingresso gratuito, tutti i giorni dalle ore 9.30-19. Visite guidate su prenotazione. Tel.: 080.5275451.

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