Martedì 26 Marzo 2019 | 23:44

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L'Università italiana è da buttare?

di Nicola Costantino
di NICOLA COSTANTINO (*)

Parafrasando Jacques Seguela, potrei esordire affermando: “non dite a mia madre che faccio il rettore: lei pensa che io diriga una casa d’appuntamenti”. L’opinione pubblica nazionale, infatti, ha sviluppato negli ultimi anni un’immagine fondamentalmente negativa dell’università pubblica: l’iter di approvazione della cosiddetta “riforma Gelmini” ha visto l’intero arco parlamentare, il mondo delle imprese e quello della stampa – pur con distinguo significativi – concordare sull’ineluttabile urgenza di sostanziali, rivoluzionari interventi riformatori. E’ corretta questa visione “catastrofica” dei nostri atenei? Proverò a rispondere alla critica principale dalla quale prendono le mosse quasi tutti gli attacchi: l’Università italiana non reggerebbe il confronto internazionale. 

LE CIFRE - In realtà è vero il contrario: è questo uno dei pochi ambiti in cui l’Italia (nonostante le tante pecche, che vanno corrette, ed i tanti abusi, che vanno severamente puniti) ben figura. Nei ranking internazionali, il nostro paese è infatti al 118° posto per efficienza del lavoro, al 48° per competitività del sistema industriale, al 51° per information technology, al 49° posto per libertà di stampa, al 67° posto (dopo il Ruanda!) per trasparenza nella pubblica amministrazione, mentre i ricercatori universitari italiani si collocano – secondo differenti classifiche – in una posizione compresa tra l’8° e addirittura il 3° posto, risultati comunque eccezionalmente buoni, più che adeguati al nostro peso economico e demografico (siamo in 7° posizione per PIL). Eppure, paradossalmente, sono proprio industriali, giornalisti e politici (di ogni parte) a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’università prima delle travi nei loro occhi, predicando la “in - derogabile urgenza” delle riforme in corso, insieme all’insostenibilità dell’attuale status quo. Anche per quanto riguarda la didattica, i risultati delle università italiane possono essere considerati più che soddisfacenti: secondo un recente studio dell’OCSE, nonostante la quota di spesa pubblica destinata in Italia all’istruzione sia la più bassa in assoluto tra tutti i paesi OCSE, e nonostante questa quota privilegi (relativamente) l’istruzione primaria e secondaria rispetto a quella universitaria, nel nostro paese la probabilità di occupazione di un laureato nella fascia d’età 25-64 anni è di oltre l’80%, contro valori di meno del 75% e di poco più del 50% rispettivamente per i diplomati ed i non diplomati (analogamente a quanto avviene negli altri paesi più industrializzati, caratterizzati da ben più massicci investimenti in istruzione). 
Tutto ciò nonostante che i dati P.I.S.A. dimostrino che la qualità dei diplomati, cioè degli studenti in ingresso nel sistema universitario, sia in Italia nettamente inferiore ai valori medi degli altri paesi OCSE: l’università italiana, quindi, nonostante sia drammaticamente sotto finanziata, non solo fa ottima ricerca, ma trasforma dei (mediamente) mediocri diplomati in più che buoni laureati. A questi dati, difficilmente contestabili, i critici obiettano però con u n’altra classifica: nel ranking mondiale delle migliori università non ce n’è nessuna italiana nelle prime 100, solo due nelle prime 200, quindici nelle prime 500. E’ vero: ma chiediamoci il perché. La chiave di lettura di questo dato, solo apparentemente in contraddizione con quelli sopra esposti, va ricercata in una “splendida anomalia” ita - liana: il valore legale del titolo di studio che, unito al controllo centralizzato della qualità degli insegnamenti ed a un sistema di reclutamento nazionale (criticabilissimo, ma non da buttare) ha finora (per quanto ancora?) garantito che le differenze di livello (che pure ci sono) tra le varie facoltà e le diverse università nel nostro paese siano – tutto sommato – contenute, come potrà confermare qualunque responsabile del reclutamento in grandi imprese. Nella maggior parte degli altri paesi industrializzati vige invece un modello di “università di mercato”, con differenze qualitative enormi. Tutti conosciamo, ed ammiriamo, ottime istituzioni come il M.I.T. o la Columbia University (con le quali il nostro Politecnico collabora peraltro abitualmente), research university con poche migliaia di studenti ed un’elevatissima concentrazione di docenti d’eccellenza, ma pochi hanno mai sentito parlare – ad esempio – dell’University of Phoenix (Arizona), azienda privata con 200 campus ed oltre 450.000 studenti (per la maggior parte on line): vero “fast food” dell’istr uzione superiore. La logica di mercato (con livelli enormemente differenti di tasse universitarie, ma anche di retribuzione dei docenti) fa sì che il valore (“di mercato”, e non “le gale”) del titolo di studio in questi contesti vari enormemente, secondo l’ateneo in cui è stato conseguito, con buona pace per quella funzione di “ascensore sociale” ch e l’università pubblica può (e deve) garantire a tutti i cittadini, anche (soprattutto) ai meno abbienti. 

METAFORE - A chi ama le metafore calcistiche delle varie classifiche, propongo un esempio: se tutti i calciatori della serie A e B fossero casualmente distribuiti (senza calcio-mercato ma, ad esempio, per sorteggio) tra tutte le squadre interessate, coinvolte in un unico campionato nazionale, avremmo classifiche molto più equilibrate; certo, nessuna squadra di club potrebbe competere a livello europeo, ma tutti gli stadi vedrebbero un gioco di buona qualità, e la nostra nazionale (nella quale continuerebbero ad essere convocati solo i migliori) potrebbe sempre esprimersi ai massimi livelli. Fuor di metafora: vogliamo che l’università pubblica continui ad essere garantita, con la migliore qualità possibile, a tutti i cittadini, o vogliamo sposare un modello di università di mercato, che veda i docenti migliori, e gli studenti più abbienti, migrare verso gli atenei (privati o pubblici che siano) più ricchi? Discutere oggi del futuro dell’università significa dare una risposta a questi interrogativi: dalle decisioni che il Parlamento, il Ministero dell’Università e - ancor più - quello dell’Economia hanno già preso e stanno prendendo dipende in grande misura il livello di opportunità che potremo e sapremo offrire ai nostri figli.

(*) Rettore del Politecnico di Bari

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