Martedì 26 Marzo 2019 | 17:58

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Infrastrutture, così risalirà il divario

di Gianfranco Viesti
di GIANFRANCO VIESTI
Il Mezzogiorno presenta un forte gap infrastrutturale rispetto al resto del paese, così come l’Italia rispetto alle altre economie europee avanzate. Negli ultimi anni la situazione è peggiorata, e il gap del Mezzogiorno è aumentato. Questa situazione e queste tendenza sono ben documentate dal Servizio Studi e Ricerche di Intesa San Paolo. A partire dalla crisi fiscale di metà anni Novanta, l’Italia ha fortemente ridotto la sua spesa complessiva per le infrastrutture. La spesa per investimenti della pubblica amministrazione, che si aggirava intorno al 3% del PIL è scesa a poco più del 2% del PIL dal 1994, e da allora non è più risalita. Le persistenti difficoltà della finanza pubblica si sono cioè ripercosse in maniera particolarmente intesa sull’accumulazione di capitale pubblico. E’ stato più facile tagliare le spese per infrastrutture che la spesa pubblica corrente. La situazione si è ulteriormente aggravata a partire dal 2006, con un valore degli investimenti pubblici, espresso in termini reali, continuamente decrescente.


amministrazioniIn questo quadro nazionale non particolarmente confortante, va posta particolare attenzione al ruolo delle amministrazioni regionali e locali. La loro quota sul totale degli investimenti pubblici nazionali è infatti molto cresciuta negli ultimi decenni. Oggi da essi dipendono circa i tre quarti della spesa. Un ruolo centrale è giocato dai Comuni (41% della spesa nazionale), seguiti dalle Regioni (13%), e poi da province, ASL e altre amministrazioni locali.
Guardare alla spesa degli Enti Locali è dunque fondamentale. Ed è questa spesa ad essere particolarmente penalizzata e vincolata dalle difficoltà finanziarie degli Enti Locali.


E che cosa scopre il Servizio Studi di Intesa San Paolo guardando alla spesa per investimenti? Scopre che “naturalmente, dato che i vincoli all’espansione degli investimenti sono stati determinati dalla disponibilità di risorse, ne consegue che si è investito meno dove vi erano meno risorse, ovvero nella maggior parte dei casi nelle aree più indietro nella dotazione infrastrutturale e dunque maggiormente bisognose di interventi per aumentare le infrastrutture esistenti. I ranking in termini di livelli di spesa vedono le regioni del Sud in posizione di svantaggio rispetto alle altre regioni”. E ancora, che “gli assetti che governano i flussi di spesa in conto capitale si ritrovano ad accentuare le disparità esistenti in termini di sviluppo economico”.


Vediamo qualche numero. I dati mostrano gli investimenti degli enti locali procapite, nella media del periodo 2004-2008, per alcune fondamentali funzioni svolte sul territorio. Non sono investimenti delle Amministrazioni Regionali, ma gli investimenti fatti in ciascuna regione da tutte le amministrazioni locali. Partiamo dalla spesa per investimenti pubblici nel settore della viabilità e dei trasporti. Nella media italiana si sono spesi 103 euro. Il massimo è in Trentino con 210, poi Friuli 164. Eccezione positiva la Basilicata con 150. Ma il confronto fra le grandi regioni è impietoso: Emilia 135, Veneto 119, Lombardia 104; e invece Puglia 49 e Sicilia 42. Meglio la Campania, con 103. Passiamo all’istruzione. La media italiana è 36 euro procapite. Il massimo è ancora in Trentino Alto Adige con 109 euro, seguito sempre dal Friuli con 51. Emilia 45, Lombardia 44, Veneto 43; e invece Campania 28, Sicilia, 21 e Puglia 23. Un po’ meglio nella spesa per la gestione del territorio e dell’ambiente; molto male nelle infrastrutture sociali e nei beni culturali-turismo.


disparitàGuardiamo i totali. La media italiana è 339 euro a testa. In Valle d’Aosta siamo a 1019; in Trentino Alto Adige a 902; in Friuli a 533. Molto alta anche la Sardegna, che è sì al Sud, ma è anche regione a statuto speciale, con 586 euro. Ancora una volta si conferma la fortissima, ingiustificata disparità che in Italia tende a premiare gli abitanti delle regioni a statuto speciale. Bene anche le regioni piccole: Molise 474 euro, Basilicata 440. Ma il confronto che più conta è quello fra le grandi regioni a statuto ordinario. Mettiamole in ordine: Piamente 377, Veneto 353, Emilia 351, Toscana 343, Lombardia 335. E poi scendiamo al Sud e troviamo Campania 306, Calabria 298, e Puglia 250. Chiude la Sicilia, che pur essendo a statuto speciale spende meno di tutte, con 182 euro. La Sicilia “ci salva”: infatti la Puglia è penultima fra tutte le regioni italiane per lo sforzo di potenziamento infrastrutturale fatto negli ultimi anni. Questi dati non sono una grande novità, ma una conferma di indicazioni già note da altre fonti. E’ importante che siano aggiornati, dettagliati e presentati da una istituzione imparziale. E certamente non è una novità che di questi numeri non interessi assolutamente più a nessuno. Come non interessa a nessuno che il quadro futuro non potrà che essere di molto peggiore: fra il saccheggio operato da Tremonti dei FAS e gli squilibri a danno dei territori più deboli determinati dal federalismo fiscale, il gap di spesa e di dotazione fra Sud e Nord non potrà che aumentare ancora, significativamente.

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