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La democrazia liberale si fonda su pesi e contrappesi

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Nelle democrazie liberali la maggioranza e la minoranza si equivalgono, nel senso che sono entrambe tutelate dalla legge e dalla consuetudine. La maggioranza governa, la minoranza controlla. La maggioranza deve poter realizzare il suo programma. La minoranza deve poter ambire a diventare maggioranza. Ma il bilanciamento tra ruolo del governo e ruolo dell’opposizione potrebbe non bastare. Di qui la necessità di pesi e contrappesi per impedire a chi vince le elezioni di fare l’asso pigliatutto, quasi fosse un redivivo monarca feudale.

Il politico e politologo francese, Alexis de Tocqueville (1805-1859), maestro di liberalismo, aveva compreso prima degli altri che un fantasma si sarebbe aggirato dopo la fine dei regimi dispotici e l’avvento della democrazie: la dittatura delle maggioranze parlamentari.

Da qui la necessità di corredare il sistema con organi di garanzia (esempi odierni: la presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale), strutture giurisdizionali (la magistratura), autorità di controllo, sistemi informativi, organismi finanziari neutrali, in grado di fermare sul nascere la possibile tentazione del Moderno Principe di spadroneggiare come l’Antico Principe.

L’America e i sistemi politici anglosassoni sono la palestra del bilanciamento dei poteri. Il presidente degli Stati Uniti è l’uomo più potente del pianeta. Ma anche il Congresso di Washington è l’assemblea più potente del globo. Altrettanto incisivo è l’ordine giudiziario di Zio Tom, come dimostrano gli imputati e i condannati eccellenti giudicati dai tribunali d’Oltreoceano.

I costituenti europei, dopo la stagione dei totalitarismi, hanno cercato di seguire la lezione del liberalismo anglosassone. Ma con alterne fortune. E’ assai radicata nel continente, che ha conosciuto l’ideologia giacobina, la tentazione di dimenticare i testi di Tocqueville, che non a caso aveva studiato, sul campo, la democrazia in America. Infatti, soprattutto nell’Europa latina, è diffusa la vocazione di ogni potere, specie quello politico, a prevalere sugli altri poteri. È accaduto e accade in Francia. È accaduto e accade anche in Italia.

Non sappiamo su quali libri abbia studiato l’onorevole marchigiano Remigio Ceroni (Pdl), che ha proposto di risuggellare in Costituzione il primato del Parlamento, cioè del legislativo, sugli altri poteri che contribuiscono a forgiare la democrazia made in Italy. Di sicuro non si è ispirato a Tocqueville, che pure sta alla democrazia liberale come Sant’Agostino (354-430) sta alla teologia cristiana.

L’Italia è già una democrazia parlamentare. Anzi c’è un’accusa, ricorrente, che da decenni, ad opera di diversi settori della scienza politica, viene rivolta al sistema italico: la degenerazione parlamentaristica, ora consociativa, ora assembleare, ora conflittuale, ora giacobina, che spesso ha paralizzato e paralizza l’attività governativa e legislativa. Lasciamo stare Silvio Berlusconi e la sua influenza straripante. Ma, sul piano operativo, il primo ministro italiano conta, nel suo Paese, meno dell’ultimo premier del pianeta. E se conta così poco, la causa va ricercata nella prevalenza della fase parlamentare (la discussione) rispetto alla fase esecutiva (la decisione). Pensare, come propone Ceroni, di rafforzare ulteriormente la funzione delle Camere, collocando quest’ultime al di sopra di tutti gli altri organismi costituzionali, significa aggravare il problema, oltre che profanare, se così si può dire, la tomba di Tocqueville. Significa dotare il Parlamento, cioè i partiti, di un supplemento di poteri sconosciuto nelle altre democrazie occidentali.

E poi. L’idea di modificare la Costituzione in senso ultra-parlamentare, oltre a rivelarsi insidiosa per l’equilibrio dei poteri, potrebbe rivelarsi controproducente e autolesionistica per il suo stesso autore e per la sua area politica di provenienza. Chi garantisce a Ceroni che il suo partito prevarrà in tutte le votazioni prossime venture? Cosa dirà se e quando finirà in minoranza? Accetterà che i vincitori possano legiferare a piacimento passando come un trattore sulle eventuali obiezioni di Quirinale, Consulta e Autorità varie?

Non scherziamo. Le democrazie sono ingranaggi assai delicati. Toccarne uno significa toccarli tutti. Ecco perché si deve procedere con cautela nelle operazioni di riforma. Anche se l’Italia vanta un primato mondiale opposto a quello americano. Se gli Usa sono la terra dei Poteri Forti che però convivono fra loro senza sconfinare sugli altri, l’Italia è la terra dei Poteri Deboli che tentano di sgomitare a danno di concorrenti ed equipollenti. La letteratura sulla democrazia, nei secoli, ha condannato senza attenuanti tutte le patologie create dal sistema: la deriva plebiscitaria, il governo dei giudici, l’egemonia del singolo, la dittatura della maggioranza. Non è il caso di fare nuove prove.

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