Martedì 26 Marzo 2019 | 17:19

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Il peccato originale dietro lo scontro sulla giustizia

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Sosteneva il grande barone di Montesquieu (1654-1713) che la giustizia ritardata è sinonimo di giustizia negata. Primo, perché non è concepibile che la pena coincida con un processo interminabile. Secondo, perché una sentenza a scoppio ritardato sta alla giustizia come un divorziato sta a uno spot per la famiglia. Tutti, politici, magistrati e cittadini, concordano che così com’è la giustizia non funziona. Ma quando si tratta di mettere nero su bianco la bozza di una riforma, si scatena il putiferio e si ritorna punto e a capo.

Silvio Berlusconi è entrato in politica con due obiettivi: riformare il fisco e la giustizia. Non è riuscito a incidere su nessuno dei due punti-chiave del suo manifesto programmatico.

Il perché è presto detto: nel caso delle tasse, non ha affrontato la questione all’inizio della legislatura, mentre, nel caso della giustizia, ha scelto di intervenire a cavallo dei suoi processi e senza presentare un progetto organico di nuove regole. Il che ha contribuito ad arroventare la discussione e ad appiccicare lo stemma di legge ad personam su ogni intervento nella materia giudiziaria.

I neutrali o, come si direbbe adesso, i cerchiobottisti osservano che se i magistrati hanno ragione su Berlusconi anche Berlusconi ha ragione sui magistrati. Il che, a loro giudizio, provocherebbe uno stallo più inestricabile di un ingorgo di auto a Ferragosto. In pratica: fino a quando Berlusconi resterà Berlusconi, vale a dire il perno attorno al quale si formano maggioranze e opposizioni, tutti i tentativi di risolvere i problemi «strutturali» della giustizia si risolveranno in un buco nell’acqua.

Nel frattempo, vanno avanti leggi e leggine. Dicono i berlusconiani: se c’è un’offensiva giudiziaria contra personam è normale che ci debba essere una reazione legislativa ad personam. Sì, ma questo bipolarismo spurio, tra governo e ordine giudiziario, fondato non sulla separazione, ma sullo squilibrio dei poteri, non è destinato a partorire qualcosa di buono. Per il semplice fatto che le anomalie lamentate dai cittadini, cui sia capitato di essere coinvolti in una causa legale, sono diverse, e con un altro ordine di priorità, rispetto a quelle sottolineate dalla classe politica.

I cittadini, come ricordava spesso Indro Montanelli (1909-2001), chiedono innanzitutto tempi processuali brevi e pene certe. Ma queste due esigenze mal si coniugano con la babele legislativa che fa della giustizia italiana, civile e penale, una sorta di olimpiade permanente del cavillo. Cui si aggiunge un’altra singolarità: quella di pensare che solo un concorso, inevitabilmente burocratico, possa pianificare la selezione dei magistrati. Ma a un buon giudice si richiede innanzitutto equilibrio, saldezza morale e alto senso della missione, tutte qualità difficilmente conciliabili con la progressione automatica delle carriere.

Ciò detto, veniamo al processo breve. Intendiamoci. La lunghezza dei processi è così eclatante in Italia da far apparire persino risibile la riduzione di pochi mesi dei termini di prescrizione. E’ incredibile che il caso Parmalat rischi di finire in una beffa per i truffati, mentre negli Stati Uniti il truffatore del secolo (Madoff) si trova nel fresco di una cella già da lunga pezza. Sarà che i sistemi di common law sono più rapidi ed efficienti dei sistemi di civil law , ma è inconcepibile che mentre in America i reprobi vengono puniti alla velocità del suono, in Italia, invece, le uniche fermate in prigione corrispondono alla carcerazione preventiva (un’altra anomalia insostenibile paradossale).

Ecco. Si deve intervenire per rendere più giusta e immediata l’amministrazione della giustizia, ma non si deve farlo sull’onda delle vicende personali. In tutti i sacri testi si legge che la norma deve rispondere a obiettivi di interesse generale, e che una norma scritta in funzione di casi personali obbedisce solo al criterio, discutibile in una società liberale, secondo il quale solo l’autorità, non la verità, fa la legge. In una società liberale, che si fonda sullo stato di diritto, il governo della legge prevale sul governo degli uomini. Certo, gli eletti al Parlamento possono modificare le leggi, ma la manovra rischia di rivelarsi controproducente se obbedisce a istanze frettolose di tutela individuale.

Ecco perché quasi tutti i tentativi di Berlusconi si sono avvitati su se stessi, fino ad abortire tra mille capogiri. Per vari motivi. Uno: la giustizia è una materia troppo seria per riformarla a rate, partendo da metà legislatura. Due: ogni riforma concepita come un’azione di contrasto finisce per generare una reazione uguale e contraria. Tre: ogni riforma nata in un clima troppo surriscaldato va a sbattere inevitabilmente contro le perplessità delle autorità di garanzia (dal presidente della Repubblica alla Corte costituzionale). Logico che alla fine non cambia mai nulla anche sul piano formale, smentendo persino l’ipocrisia disincantata e machiavellica del Gattopardo.

E così al Belpaese non rimane che continuare a vivere con la nevrosi riformista, cioè con l’illusione di cambiare seguitando a farsi del male.

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