Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:12

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Una giustizia a motori spenti

di Giuseppe Giacovazzo
di GIUSEPPE GIACOVAZZO
«Nessuno mi può giudicare» non è soltanto un film di successo. È anche l'imperativo categorico del potente che si crede al di sopra di ogni legge. Su 60 milioni di italiani c'è qualcuno che non deve essere giudicato. E non per reati inerenti alla carica politica. Ma per reati comuni, corruzione e concussione. La maggioranza dei deputati ha votato perché il processo Ruby venga sottratto ai tribunale di Milano. Ora la Corte Costituzionale si dovrà pronunciare sul conflitto di attribuzione sollevato in aula: autorità giudiziaria di Milano o tribunale dei ministri.
È passata in aula la panzana di far passare Ruby come nipote del presidente egiziano Mubarak senza che nessuno ci creda. Tanto meno Mubarak.

Alla Camera è battaglia sulla "prescrizione breve". Una legge bollata dal Csm come una "sostanziale amnistia". Una legge capace di azzerare il processo Mills, il più temuto dal premier imputato di aver corrotto quel testimone a sua volta già condannato in Cassazione. Accorciando i tempi della prescrizione, il processo finirebbe per essere estinto entro il prossimo giugno. E il Cavaliere per essere liberato da una spada di Damocle che da anni gli pesa sul capo.

Nel 2010 l'Italia è precipitata al 67° posto nella graduatoria internazionale redatta in base a una serie di indici sulla corruzione. Le statistiche giudiziarie dimostrano come si vanno assottigliando in Italia i processi per corruzione. Nei paesi democratici la giustizia non è soltanto un settore del sistema istituzionale. E' il cuore nevralgico della vita stessa di una democrazia. Domandare giustizia, attendersi risposta a una domanda di giustizia, è condizione essenziale per sentirsi cittadini alla pari di fronte alla legge. Ora è proprio questo pilastro etico che vacilla nella coscienza dei più. Ridurre i tempi di prescrizione dei processi accrescerà la sfiducia nella giustizia, che già viaggia a motore spento. Ma un popolo deluso dalla giustizia diventa facile preda di una brutta alternativa che si chiama mafia, ossia l'antistato che fa giustizia immediata e diretta.

L'esperienza insegna che quando una procura riesce a istruire un procedimento penale per reati di pubblico interesse, come la corruzione, si trova a dover fare i conti con un convitato di pietra: la scadenza dei termini di prescrizione. Fino al 2005 c'era nel nostro codice un termine di 10 anni fino alla Cassazione. Poi è stato ridotto a 6 anni estensibili a 7 anni e mezzo. In altri ordinamenti la prescrizione viene sospesa all'inizio dell'azione penale e non decorre più per tutto il processo. In Italia invece il tempo del processo rientra nel calcolo della prescrizione. A corrotti e corruttori basta un buon avvocato e il gioco è fatto.

Di qui il diffuso scetticismo verso i processi a carico di politici e pubblici amministratori. Tanto, si sa come vanno a finire. Sembrava che 20 anni fa gli italiani avessero deciso di porre fine al sistema di corruttela chiamato tangentopoli. Ora nessuno ci crede più. Ed è guerra tra potere politico e potere giudiziario, nonostante il presidente della Repubblica raccomandi un confronto costruttivo.

Il filosofo francese Gaspard Koenig ha scritto un libro interessante dal titolo "Il fascino discreto della corruzione". Sostiene che quando la corruzione diventa sistema anche la giustizia e chi l'esercita rischiano di diventare "ingiusti". E non è un paradosso. Il diritto penale punisce chi viola regole rispettate e condivise dai più. Se invece la violazione è pratica diffusa nella maggioranza dei cittadini, la stessa repressione rischia di apparire un arbitrio agli occhi della gente, un abuso giustizialista. Il magistrato può e deve colpire una patologia, non un costume radicato. E qui s'insinua quel sottile virus della diffidenza che i corrotti riescono a sfruttare contro la magistratura.

La guerra tra politica e giustizia sta purtroppo connotando l'agonia di questa seconda repubblica. Ne approfitta finanche un pugno d'incoscienti che farneticando mirano a cancellare dalla Costituzione il divieto di riorganizzare il fascismo. Piero Gobetti scriveva che il fascismo era "l'autobiografia dell'Italia". L'era berlusconiana rischia di diventare la nuova autobiografia dell'Italia.

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