Martedì 26 Marzo 2019 | 11:34

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Un Paese condannato alle controriforme

di Giuseppe De Tomaso
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La politica italiana è irredimibile. Quando i giochi sembrano fatti, proprio allora si riaprono. Il 14 dicembre scorso Silvio Berlusconi si era aggiudicato il derby con Gianfranco Fini. Posta in palio: la guida del centrodestra, l’avvenire della legislatura e l’ipoteca sul dopo Napolitano (2013).

Il Cavaliere, dopo quella vittoria, pareva più blindato di un caveau della Banca d’Italia, tanto è vero che nemmeno le rivelazioni pruriginose sulle feste di Arcore avevano incrinato il suo potere nel Parlamento e nel centrodestra. Dal gruppo di Futuro e Libertà era scattato un mini controesodo verso il Pdl, e qualche oppositore si era accasato nel plotone dei cosiddetti Responsabili. Improvvisamente, nessuno parlava più di elezioni anticipate. Anzi. La legislatura appariva destinata a esaurirsi alla scadenza naturale, cioè nella primavera del 2013.

Invece, quando meno te lo aspetti, in Italia si scatena il putiferio. Un giorno alza la voce Giulio Tremonti, un giorno si scatena Ignazio La Russa. E poi Gheddafi. La guerra di Libia. La Francia che ignora il premier italiano. La Casa Bianca che predilige dialogare con Giorgio Napolitano. Lo scontro sugli immigrati: tra Nord e Sud, tra Regioni e governo. La riforma della giustizia. Il processo breve. Le aspettative di Claudio Scajola, che non vuole più saperne di bighellonare in panchina. L’insofferenza degli ex forzisti contro gli ex aennini. Le pretese dei Responsabili. E la Rai. E il pissipissibaobao sulle inchieste giudiziarie. E le risse in Aula. E la conflittualità permanente con Fini. E il malumore del Quirinale per la rissa infinita.

Insomma, ogni giorno, rectius ogni ora, porta la sua pena. Logico che il presidente della Repubblica sia preoccupato. Nessun organismo umano può resistere a un infarto dietro l’altro. Così le istituzioni pubbliche. A furia di strappi a ripetizione, anche lo Stato più robusto rischia di scoppiare, anche se l’Italia appare, per così dire, vaccinata, mitridatizzata contro i mali e i veleni fulminanti. Infatti, pressoché da sempre, da noi le situazioni di crisi costituiscono la regola mentre i momenti di stabilità rappresentano l’eccezione.

Nemmeno Berlusconi sfugge a questo copione. Nemmeno lui, che pure non è solo il leader del centrodestra, ma è prima di tutto il padrone. Mano a mano che si avvicinano le votazioni (anticipate o no) il tasso di litigiosità nelle maggioranze sale alle stelle. E’ accaduto nei decenni della Prima Repubblica. Si sta ripetendo anche negli anni della Seconda Repubblica. Purtroppo i leader lo dimenticano sùbito. C’è un solo modo per governare lasciando traccia: legiferare a più non posso nel primo anno di legislatura, non tanto perché la coalizione sconfitta deve ancora riprendersi (psicologicamente e politicamente) dalla botta ricevuta, quanto perché all’interno della coalizione vincente devono ancora sedimentare rancori e risentimenti, ambizioni di carriera e tentazioni correntizie. L’idea potrà apparire stravagante, ma verrebbe voglia di mettere per iscritto, in Costituzione, il principio in base al quale le riforme di sistema si possono presentare solo nel primo anno di legislatura. Si eviterebbero così anni e mesi di logomachie permanenti, di tensioni e offese parlamentari frequenti, forse, soltanto nelle suburre metropolitane.

Napolitano lo ha lasciato intendere senza parlare. Se la giostra parlamentare dovesse continuare a somigliare a un rodeo in cui ci si scambiano più colpi proibiti di un film western, il Quirinale potrebbe prendere un’iniziativa più inimmaginabile di un trasferimento di Adriano Galliani all’Inter: decretare lo scioglimento anticipato delle Camere. Il che, anche o soprattutto all’estero, farebbe più rumore di una bomba sul rifugio di Muammar Gheddafi.

Siamo il Paese della rincorsa continua. Quasi sempre a vuoto. Indipendentemente dal giudizio di merito (che meriterebbe un’analisi a parte), la riforma della giustizia non è materia da presentare nella fase declinante della legislatura. Idem le leggi ordinarie su altri punti dell’ordinamento giudiziario. E così i provvedimenti sull’economia, che non a caso giammai oltrepassano lo stadio dell’effetto annuncio.

E se la politica, soprattutto quella economica, preferisce rincorrere anziché precorrere, le conseguenze non tardano di un secondo (ad arrivare). Vedi il caso Parmalat. Oggi la classe dirigente italiana, che si vede lesa nell’orgoglio per il pressing dei francesi sul «gioiellino» che fu di Calisto Tanzi, paga non la latitanza di norme anti-scalate, ma la latitanza di regole liberalizzatrici che ha impedito alla piccola e media impresa di spiccare il salto verso lo status di grande industria. Logico che all’estero debbano crescere gli appetiti (dov’è il pericolo, poi?) verso i piatti più prelibati della Penisola. Morale: oggi l’unica soluzione possibile per sottrarre la Parmalat ai cugini «peccatori» d’Oltralpe è resuscitare, sotto altre sigle, il mitico Iri (Istituto ricostruzione industriale), colosso pubblico che nel pieno della sua bulimia acquisitiva ingoiò in un sol boccone i panettoni Motta e Alemagna, consegnandosi così ai risolini di degnazione del mondo più evoluto. Dal panettone al latte: la storia sta per ripetersi.

Conclusione. Riforme se ne vedono poche. Controriforme se ne vendono parecchie. Nel frattempo la politica si trasforma in ring. Meglio andare al voto, pensa Napolitano. E chi può dire che sia un bene? L’Italia è incorreggibile.

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