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Ma le leggi dell’economia non dànno ragione a Bossi

di Giuseppe De Tomaso
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D’accordo. Lo dice la parola stessa: una cosa sono gli emigranti, una cosa sono i clandestini. I primi viaggiano alla luce del sole con un contratto di lavoro. I secondi si spostano di nascosto nella speranza (quasi sempre vana) di trovare una sistemazione e di evitare il foglio di via dal Paese di approdo. Poi ci sono i profughi, ma il loro status deriva dalle condizioni socio-politiche degli Stati di provenienza.

Un fatto è certo. Se nel mondo si muovono le merci e i capitali, non si capisce perchè non debbano muoversi le persone. Invece, l’atteggiamento di governi e cittadini occidentali verso le ondate migratorie in cerca di lavoro somiglia a quello di un bimbo incostante e capriccioso cui hanno regalato troppi giocattoli.

Un giorno gli Stati ricchi lamentano l’assenza di manodopera, un giorno urlano contro l’invasione straniera; un giorno si scagliano contro la concorrenza «sleale» dei prodotti della terra coltivati e raccolti nel Terzo Mondo, un giorno si scatenano contro gli africani che lasciano casa a caccia di un avvenire decente. Eppure: da qualche parte i disperati del terzo millennio dovranno pure lavorare, mica si chiamano tutti Samuel Eto’o. Invece. No. C’è sempre qualcosa che non va. Il che fa dell’Occidente e dell’Europa in particolare la palestra quotidiana dell’autolesionismo e del tafazzismo strutturale.

Insegnava l’economista Milton Friedman (1912-2006), premio Nobel nel 1976, che ogni lavoratore immigrato ha due braccia e una bocca sola, il che significa che contribuisce alla produzione complessiva più di quanto ne sottragga consumando. L’affermazione dello studioso americano sembra ritagliata pari pari sull’Italia, che, nonostante un tasso occupazionale tutt’altro che stupefacente, vanta forse il primato mondiale dei lavori manuali rifiutati dai suoi figli naturali. Se non ci fosse l’apporto degli immigrati, non ci sarebbero i nuovi lavoratori della terra. Se non ci fosse l’immigrazione, le famiglie avrebbero difficoltà ad assistere anziani e malati.

La stessa rivoluzione digitale sembra aver preso una direzione diversa da quelle previste. Anziché comprimere alcuni mestieri manuali, il computer e la Rete sembrano orientati a restringere gli spazi delle professioni intellettuali, la qual cosa produrrà il rilancio dell’artigianato e di tutte quelle occupazioni, dalla cucina alla cura dei malati, fondate, letteralmente, sulla mano d’opera. E siccome il mercato è il luogo d’incontro tra domanda e offerta, provvederà il mercato a informare governanti e governati sull’inevitabilità e sulla convenienza di una politica «aperturistica» nei confronti degli immigrati.

E poi. Anche a voler innalzare le barricate contro gli immigrati, la demografia ce lo sconsigliererebbe. Anzi ce lo impedirebbe. Non siamo sufficientemente numerosi per programmare un futuro senza manodopera straniera. Né dovremmo essere così presuntuosi da ignorare un precetto dell’economia: chi viene in Italia (o anche altrove) per lavorare accresce la nostra forza lavoro e ci mette in condizione di produrre meglio e, soprattutto, di meglio competere con i concorrenti internazionali. Insomma. Tutto dovremmo fare tranne che ascoltare le «lezioni» autarchiche del Senatùr, il quale dimentica, tra l’altro, il contributo offerto dagli immigrati nelle aziende e nelle famiglie del Nord.

Va bene. Gli immigrati sono gli immigrati. I clandestini sono i clandestini. Ma il numero di quest’ultimi potrebbe ridursi se la legislazione nazionale liberalizzasse alquanto il mercato del lavoro. Pensiamo a quanti extracomunitari troverebbero occupazione in agricoltura, sempre più alle prese con quote e sottoquote dirigistiche, sia per i prodotti sia per i lavoratori. Roba da Gosplan del sovietico Leonid Breznev (1906-1982): si produce tot, si assumono tot altri. Ma come si fa a prevedere come e dove evolverà il gusto dei consumatori? Come si fa a stabilire in anticipo quante giornate lavorative ad ettaro sono necessarie in un’azienda agricola, dal momento che bastano una gelata o un’inattesa combinazione climatica per scompaginare i calcoli degli imprenditori? In breve: come si fa a sapere preventivamente quanti immigrati serviranno per la coltivazione dell’uva o per la raccolta delle ciliegie?

La sorte degli extracomunitari dipende anche dal mercato del lavoro. Un mercato senza regole provoca situazioni da Far West. Ma un mercato con troppe regole è il principale alleato della clandestinità permanente di molti nordafricani in cerca di riscatto. Un Paese moderno e civile non si limita a affrontare l’emergenza degli arrivi via mare o via terra. Un Paese moderno affronta la questione soprattutto sul piano legislativo ed economico, chiedendosi preventivamente una cosa: la crescita demografica è un disastro o una benedizione? E se non è un disastro, come si può dire no agli immigrati che sono gli unici in grado di assicurare produzione e popolazione a livelli accettabili? Purtroppo, soprattutto in Italia, l’emozione surclassa la ragione. Ma l’emozione è utile in privato, non al governo di una nazione. Anche a furia di interventi emozionali si alimentano le emergenze (come quella che viviamo in questi giorni). Con le misure razionali, invece, forse si può tentare di quadrare il cerchio: frontiere meno blindate in cambio di più sicurezza per tutti.

(Purtroppo oggi sembra che la questione riguardi solo il Sud. Il Nord di Bossi ha alzato il Muro: niente tendopoli nelle regioni padane. Alla faccia del federalismo).

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