Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:17

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Questione criminale questione nazionale

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Sosteneva Richard Martin, già procuratore distrettuale di New York, artefice negli anni Ottanta dell’inchiesta Pizza Connection, che se Palermo era la capitale della mafia, Milano era la capitale del riciclaggio. Ergo, i rapporti tra Palermo e Milano erano (e sono) più frequenti dei contatti tra due sposini in luna di miele. La stessa Borsa non è mai risultata al di sopra di ogni sospetto. Un ministro della Prima Repubblica sospettava che, su venti società quotate, la metà servisse da lavanderia per capitali malavitosi. E il povero magistrato Giovanni Falcone (1939-1992) forse affrettò la sua dipartita alludendo («Ora la mafia è approdata a Piazza Affari») alle operazioni di qualche gruppo industriale-finanziario ben mimetizzato nel listino.

Insomma. Non è da oggi che la Lombardia si trova al di sotto di ogni sospetto, vuoi perché la questione morale, in Italia, non è sinomino di questione meridionale, bensì anche di questione settentrionale; vuoi perché i soldi vanno laddove la remunerazione è più abbondante. Eppoi, non dimentichiamoci del profetico Leonardo Sciascia (1921-1989), quando, circa mezzo secolo addietro, vaticinava che la linea della palma sarebbe salita ogni anno di un chilometro.

Forse il presidente pugliese Nichi Vendola avrà esagerato nell’addebitare alla Lombardia il primato di mafiosità: in tre regioni del Sud il fiato dei poteri loschi è senz’altro più avvolgente. Ma sbaglia il presidente lombardo Roberto Formigoni nel reagire come una tigre ferita. Non foss’altro perché il grido d’allarme più drammatico lo aveva lanciato lo scorso 11 marzo la personalità forse più autorevole e bipartisan del Paese: Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia.

«In Lombardia - aveva detto Draghi -, l’infiltrazione delle cosche avanza, come ha recentemente avvertito la Direzione nazionale antimafia. Le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso si sono concentrate tra il 2004 e il 2009 per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia. La criminalità organizzata può sfibrare il tessuto di una società, può mettere a repentaglio la democrazia, frenarla dove deve ancora consolidarsi». Più chiaro di così.

Non solo ha denunciato l’avanzata della criminalità nella regione più ricca d’Italia (e d’Europa), ma Draghi ha paventato che le metastasi malavitose potrebbero addirittura stroncare le stesse istituzioni democratiche. Nessuno ignora o contesta il fatto che la mafia sia nata al Sud, ma nessuno può negare che, non da oggi, i tentacoli delle varie piovre abbiano raggiunto, oltre alla Lombardia e all’intera «Padania», quella stessa Baviera teutonica che fino a qualche tempo fa era considerata più inavvicinabile di un corteo di missili.

Non a caso, a leggere i report di importanti organismi internazionali, il crimine organizzato viene considerato più insidioso di un Gheddafi. Le sterminate capacità corruttive dei nuovi Lucky Luciano non hanno confini, sia morali che geografici. Probabilmente le amministrazioni inquinate dai boss sono più numerose al Sud che al Nord. Di sicuro le istituzioni contaminate del Nord producono più affari e malversazioni. Basti pensare alla galassia di sospetti che circonda Expo 2015, la manifestazione (milanese) più succulenta in termini di occasioni di arricchimento che la spesa pubblica possa offrire agli spiriti più avidi e rapaci del Belpaese. Basti pensare ad alcune recenti inchieste giudiziarie che hanno scoperto l’eccezionale rete di penetrazione negli enti pubblici intessuta dai signori della ‘ndrangheta emigrati al Nord.

Se in passato i collegamenti malavitosi tra Milano e Palermo parevano circoscritti a casi più eclatanti, ma più isolati (uno su tutti: lo scandalo del Banco Ambrosiano), oggi è l’intero triumvirato del crimine (mafia, camorra, ‘ndrangheta) ad essersi piazzato in alcune aree del Settentrione assicurandosi, a colpi di minacce o seduzioni irresistibili, quelle complicità e quelle omertà considerate finora appannaggio esclusivo delle popolazioni meridionali.

Ecco il punto. Se fino a pochi anni fa, il Nord poteva vantarsi di essere più collaborativo sul fronte anti-mafia, oggi non potrebbe farlo più. Non si contano, colà, gli insospettabili coinvolti in vicende di malaffare. Non si contano gli imprenditori dalla ricchezza improvvisa che spuntano come funghi dalle indagini di carabinieri e poliziotti. Intendiamoci. Non bisogna cadere nella trappola di chi dice che il suo bucato sia il più bianco in assoluto. Ma non bisogna nemmeno avvalorare una lettura dualistica e di parte della questione criminale che tocca lo Stivale. Davvero non esistono le due Italie dell’illegalità. E se esistono, esistono solo nel rimpianto di qualche spirito strapaesano.

In altre circostanze si potrebbe concludere che i governatori di Puglia e Lombardia l’hanno gettata in politica. Stavolta, forse, no. Draghi non sarà la Cassazione in materia, ma non è neppure una persona passata per caso in un convegno sulle mafie a Milano e nel Nord.

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