Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:18

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«Niente paura del colonnello» ma da 7 anni è senza sanzioni

di Carlo Bollino
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Era il pomeriggio del 15 aprile 1986 quando il colonnello Muhammar Gheddafi, in risposta a un bombardamento americano dal quale uscì miracolosamente illeso, tentò di sferrare il suo primo attacco militare contro l’Italia. Due missili Scud di vecchia generazione si schiantarono a due chilometri dalla costa dell’isola di Lampedusa spegnendosi in un paio di boati che non fecero alcun danno né lasciarono traccia. Lo scenario politico e internazionale di quegli anni era molto diverso da quello odierno, Gheddafi era da tempo nella lista nera del terrorismo internazionale e quei due missili (ufficialmente mirati contro una base radio delle forze armate americane di stanza nell’isoletta italiana) furono ben utilizzati dalla dipomazia occidentale non soltanto per costringere l’Italia a schierarsi sul fronte anti-libico, ma per dare il via a sanzioni economiche e militari (prima da parte della sola comunità europea, poi delle Nazioni Unite) che sarebbero state definitivamente revocate soltanto 17 anni dopo. 

Ecco, la domanda è questa. Se venticinque anni fa la Libia nemica dell’Occidente fu in grado di sfiorare con i suoi missili l’isola di Lampedusa, cosa può essere in grado di fare oggi dopo che da sette anni, con il pieno sostegno delle principali diplomazie europee, è stata libera di compiere acquisti sul mercato internazionale degli armamenti? Ieri il governo italiano, con in testa il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha assicurato che nessuno dei missili in possesso della Libia è nelle condizioni di raggiungere le nostre coste. 

Una rassicurazione che sembra contrastare con l’allarme lanciato invece da Massimo D’Alema che ha chiesto l’attivazione di un ombrello di protezione della Nato. «Questo scenario internazionale comporta problemi per la sicurezza nazionale perché siamo una delle aree immediatamente esposte ad azioni ritorsive», ha detto D’Alema parlando nel suo ruolo di capo del Copasir. «Dobbiamo chiedere – ha aggiunto - che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile, perché va bene la coalizione dei “willings”, ma la Nato è la Nato». 

Ufficialmente il colonnello Gheddafi dalla fine del 2003 ha sottoscritto un accordo internazionale, supervisionato da Stati Uniti e Gran Bretagna, con il quale si impegna a rinunciare non soltanto a qualunque arma di distruzione di massa ma anche a sistemimissilistici con gittata superiore a 300 chilometri, quindi ben al di qua dei limiti di sicurezza italiani. Ma tanta accondiscendenza sembra in verità stridere con il vortice di accordi in campo militare che lo stesso Gheddafi ha stretto negli ultimi anni con Francia, Germania, Malta, Portogallo e ovviamente con l’Ita - lia. Se nel 2006 la Libia aveva speso nel nostro paese appena 14,9 milioni di euro in nuovi armamenti, nel 2007 l’investimento era già salito a oltre 58 milioni. Diventati poi 93 milioni nel 2008 (grazie al famoso Trattato italo-libico di cooperazione e amicizia firmato il 30 agosto 2008 che dedica ampio spazio proprio alla cooperazione nel campo dell’industria bellica), e altri 112 milioni nel 2009. 

Secondo il rapporto 2009 pubblicato dal Sipri (un istituto indipendente con base in Svezia specializzato in analisi militari) solo nel 2007 la Libia ha acquistato complessivamente armamenti per 423 milioni di euro, il 50% in più rispetto al 1997. «Tripoli – si legge tra l’altro nel rapporto - sta trattando con alcuni grandi fornitori per acquistare sistemi d'arma complessi». Oltre ad essere socia di Finmeccanica, l’Authority libica per gli investimenti ha sottoscritto nel 2009 un accordo di joint venture con la stessa società italiana del valore di 270 milioni di euro per gestire investimenti industriali e commerciali (anche nel settore della sicurezza) in Libia e in numerosi altri paesi africani. 

Insomma l’imbarazzo (e il rischio) di queste ore è di aver dichiarato guerra non ad un nostro nemico secolare ma ad un socio in affari con il quale abbiamo condiviso fino a poche settimane fa progetti e affari specialmente nel delicatissimo settore degli armamenti. Certamente i nostri servizi segreti avranno continuato a vigilare sul rispetto da parte della Libia delle limitazioni militari imposte dall’accordo del 2003, ma è anche lecito chiedersi se l’attenzione verso un partner strategico è poi la stessa riservata ad un acerrimo nemico. 

La politica spera ovviamente in una rapida soluzione della crisi: Gheddafi, di fronte all’armata internazionale entrata da ieri in azione, dovrebbe rinunciare ad alzare ulteriormente il livello dello scontro ed accettare immediatamente una tregua, insieme all’av - vio di negoziati che ne determino una dignitosa uscita di scena. Ma il colonnello ha finora dimostrato di essere tanto determinato quanto imprevedibile. Così come fece esattamente 25 anni fa, potrebbe quindi decidere di mettere in atto la sua rappresaglia tornando a puntare contro Lampedusa. L’augurio è che le informazioni di intelligence siano corrette, e quindi che nonostante l’accesso al gran bazar della guerra non sia riuscito davvero a procurarsi missili a lunga gittata e di ultimissima generazione. Nel qual caso ci colpirà alla sua maniera: lanciandoci contro una flotta di vecchi barconi, senza tritolo, ma con un altrettanto deflagrante carico di disperati. 

C’è infine una terza opzione, quella del ricorso al terrorismo: il riarmo compiuto negli ultimi anni gli tornerebbe molto utile, ma a quel punto non sarebbe più soltanto Lampedusa nel mirino ma l’intero Mediterraneo.

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