Il peccato originale della nostra unità
di GIUSEPPE GIACOVAZZO
La parola che ha sempre recato fastidio ai moderati è l’attributo di profeta a Giuseppe Mazzini, vate del Risorgimento. Un po’ enfatico forse. Anche perché non sempre indovinò i destini d’Italia. Ma disse una grande verità: “Il Mezzogiorno sarà la fortuna o la rovina dell’Italia”. Conosceva poco il Sud, ma aveva capito che quello era il nodo storico del Bel Paese. Profezia avverata.
Dopo 150 anni, l’Italia sconta ancora tutto ciò che la politica non ha fatto per il Sud, tutto ciò che ha fatto a danno del Sud.
Una conferma viene da chi non te l’aspetti. Non da uno del Sud, ma da un famoso economista che insegna all’Università di Torino, Luca Ricolfi, editorialista della Stampa. “Se proviamo a guardare più indietro, ai cambiamenti strutturali dell’Italia, a me pare - scrive Ricolfi - che il grande nodo del Paese, il suo peccato originale, sia uno soltanto: la sua incapacità di risolvere la questione meridionale”. Incapacità che all’inizio degli anni ’90 ci ha regalato l’improvvisa trasformazione della questione meridionale in “questione settentrionale” con la nascita della Lega Nord e il “lento ma inesorabile diffondersi di sentimenti antimeridionali”.
Posso solo aggiungere, per comune esperienza, che anche nelle aule parlamentari si respira in ogni angolo la diffidenza, quasi l’ombra di un rancore, negli sguardi, nei gesti dei leghisti, al bar, al ristorante, in Transatlantico. Un’aria mortificante.
Non è un caso che l’economista piemontese si distingua così nettamente nell’analisi della storia italiana. Fa parte di una tradizione che risale a Piero Gobetti, editore torinese e amico del nostro Tommaso Fiore, aperto al dialogo con Gramsci e con Salvemini. Egli spiega, dati alla mano, perché la maggior parte dei nostri guai vengono dalla irrisolta questione meridionale. Rifacendo la storia del Pil pro-capite si dimostra che la questione “non è stata ereditata dai Savoia, ma è stata in gran parte creata dai Savoia, innanzitutto con le tasse e la politica doganale”. Al momento dell’unificazione il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese era assai modesto. È cresciuto in 90 anni, tra il 1861 e il 1951, con una drammatica accelerazione nel ventennio fascista. Il trend si è invertito soltanto nel dopoguerra con la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, voluta dal governo De Gasperi.
Purtroppo per noi, il recupero del Sud non è avvenuto in termini di prodotto pro-capite, ma in termini di consumo, di reddito e di potere d’acquisto. Analisi che coincide con quella del nostro economista Gianfranco Viesti: “Nei primi 50 anni di unificazione il Sud ha finanziato lo sviluppo del Nord, poi il Nord ha finanziato i servizi del Sud”. Già, i servizi, non lo sviluppo economico auto-propulsivo. Sicché oggi il tenore di vita medio delle regioni meridionali non è lontano da quello del Nord, mentre invece il loro contributo produttivo è drammaticamente inferiore. Ed è questo che i nordisti non ci perdonano.
Sta di fatto che le tardive provvidenze statali hanno concesso al Mezzogiorno il lusso di consumare risorse creando una crescente espansione del debito pubblico. Non si rendono conto, i leghisti, che scontiamo le conseguenze di una politica economica tuttora largamente nelle loro mani, con un ministro che da circa un decennio manovra le leve del potere, per nulla disposto a cambiare la più dissennata politica antimeridionale, al passo con una riforma federale che si compendia nel folle imperativo ai Comuni: “Mettete più tasse!”.
Ma l’economia italiana non cresce: encefalogramma piatto. Continua a erodere il potere d’acquisto dei consumatori, scoraggia gli investimenti, colpisce il Sud e soprattutto i redditi fissi e i ceti più deboli. Bossi e compagni non ci amano. Prima eravamo solo noi infelici. Ora ci vengono appresso, più infelici di noi. Noi ci eravamo abituati, da sempre. Loro sono più tristi perché hanno il potere ma non funziona. Abbiamo come loro la tv, il cinema e il calcio a domicilio, il cellulare in tasca. Vestiamo come loro, stesse vacanze, viaggi, svaghi. Non sopportano che ci stiamo rapidamente omologando a loro. Ci guardano con quell’aria malfidata che si legge persistente nello sguardo corrucciato di Bossi. In realtà stiamo scontando il peccato originale che Mazzini aveva profetato. La politica non ha ancora capito che il Sud può essere la fortuna o la rovina d’Italia. Dopo 150 anni abbiamo ancora una classe politica non all’altezza del suo compito storico.
La parola che ha sempre recato fastidio ai moderati è l’attributo di profeta a Giuseppe Mazzini, vate del Risorgimento. Un po’ enfatico forse. Anche perché non sempre indovinò i destini d’Italia. Ma disse una grande verità: “Il Mezzogiorno sarà la fortuna o la rovina dell’Italia”. Conosceva poco il Sud, ma aveva capito che quello era il nodo storico del Bel Paese. Profezia avverata.
Dopo 150 anni, l’Italia sconta ancora tutto ciò che la politica non ha fatto per il Sud, tutto ciò che ha fatto a danno del Sud.
Una conferma viene da chi non te l’aspetti. Non da uno del Sud, ma da un famoso economista che insegna all’Università di Torino, Luca Ricolfi, editorialista della Stampa. “Se proviamo a guardare più indietro, ai cambiamenti strutturali dell’Italia, a me pare - scrive Ricolfi - che il grande nodo del Paese, il suo peccato originale, sia uno soltanto: la sua incapacità di risolvere la questione meridionale”. Incapacità che all’inizio degli anni ’90 ci ha regalato l’improvvisa trasformazione della questione meridionale in “questione settentrionale” con la nascita della Lega Nord e il “lento ma inesorabile diffondersi di sentimenti antimeridionali”.
Posso solo aggiungere, per comune esperienza, che anche nelle aule parlamentari si respira in ogni angolo la diffidenza, quasi l’ombra di un rancore, negli sguardi, nei gesti dei leghisti, al bar, al ristorante, in Transatlantico. Un’aria mortificante.
Non è un caso che l’economista piemontese si distingua così nettamente nell’analisi della storia italiana. Fa parte di una tradizione che risale a Piero Gobetti, editore torinese e amico del nostro Tommaso Fiore, aperto al dialogo con Gramsci e con Salvemini. Egli spiega, dati alla mano, perché la maggior parte dei nostri guai vengono dalla irrisolta questione meridionale. Rifacendo la storia del Pil pro-capite si dimostra che la questione “non è stata ereditata dai Savoia, ma è stata in gran parte creata dai Savoia, innanzitutto con le tasse e la politica doganale”. Al momento dell’unificazione il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese era assai modesto. È cresciuto in 90 anni, tra il 1861 e il 1951, con una drammatica accelerazione nel ventennio fascista. Il trend si è invertito soltanto nel dopoguerra con la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, voluta dal governo De Gasperi.
Purtroppo per noi, il recupero del Sud non è avvenuto in termini di prodotto pro-capite, ma in termini di consumo, di reddito e di potere d’acquisto. Analisi che coincide con quella del nostro economista Gianfranco Viesti: “Nei primi 50 anni di unificazione il Sud ha finanziato lo sviluppo del Nord, poi il Nord ha finanziato i servizi del Sud”. Già, i servizi, non lo sviluppo economico auto-propulsivo. Sicché oggi il tenore di vita medio delle regioni meridionali non è lontano da quello del Nord, mentre invece il loro contributo produttivo è drammaticamente inferiore. Ed è questo che i nordisti non ci perdonano.
Sta di fatto che le tardive provvidenze statali hanno concesso al Mezzogiorno il lusso di consumare risorse creando una crescente espansione del debito pubblico. Non si rendono conto, i leghisti, che scontiamo le conseguenze di una politica economica tuttora largamente nelle loro mani, con un ministro che da circa un decennio manovra le leve del potere, per nulla disposto a cambiare la più dissennata politica antimeridionale, al passo con una riforma federale che si compendia nel folle imperativo ai Comuni: “Mettete più tasse!”.
Ma l’economia italiana non cresce: encefalogramma piatto. Continua a erodere il potere d’acquisto dei consumatori, scoraggia gli investimenti, colpisce il Sud e soprattutto i redditi fissi e i ceti più deboli. Bossi e compagni non ci amano. Prima eravamo solo noi infelici. Ora ci vengono appresso, più infelici di noi. Noi ci eravamo abituati, da sempre. Loro sono più tristi perché hanno il potere ma non funziona. Abbiamo come loro la tv, il cinema e il calcio a domicilio, il cellulare in tasca. Vestiamo come loro, stesse vacanze, viaggi, svaghi. Non sopportano che ci stiamo rapidamente omologando a loro. Ci guardano con quell’aria malfidata che si legge persistente nello sguardo corrucciato di Bossi. In realtà stiamo scontando il peccato originale che Mazzini aveva profetato. La politica non ha ancora capito che il Sud può essere la fortuna o la rovina d’Italia. Dopo 150 anni abbiamo ancora una classe politica non all’altezza del suo compito storico.