Martedì 26 Marzo 2019 | 00:48

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Lezione giapponese: tutti impotenti di fronte al futuro

di Gino Dato
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La catastrofe come evento inatteso. La catastrofe come incombente e minacciata. La catastrofe come presente. Per una ironia della storia, il Giappone, e il mondo globalizzato, sono passati gradualmente attraverso quelle che potrebbero apparire le tre età del terrore nucleare: una sindrome mai abbandonata, che convive con la diffidenza e l’odio tecnologici, ma che oggi approda allo scenario domestico con il quale dobbiamo convivere. Nello stillicidio di notizie allarmanti che giungono dal Sol Levante mescolandosi al dignitoso senso di dolore e disperazione, e mentre molti ex entusiasti frenano bruscamente gli osanna al nucleare, ci si accorge come, sulla scala di emozioni dall’insicurezza al terrore, la percezione delle persone diventa spesso soverchiante rispetto alla verifica dei dati scientifici reali. E’ stato perciò facile passare in mezzo secolo dal primo al terzo grado. 

HIROSHIMA - In principio fu Hiroshima e Nagasaki, con le prime due bombe atomiche sganciate dagli americani tra il 6 e l’8 agosto 1945 per fiaccare la potenza giapponese e indurla alla resa. Il fungo atomico provocò distruzioni quasi al cento per cento, morte collettiva, divenendo simbolo di un incubo, oltre che di un dramma di cui lo spirito di convivenza portano ancora i segni terribili. Dalla catastrofe improvvisa siamo transitati per alcuni decenni nello stadio estenuante e stabile della guerra fredda, dei tentativi e trattative di disarmo, della minaccia incombente di un utilizzo a fini bellici, o comunque di deterrenza, attraverso l’esibizione della propria potenza e testate nucleari. In qualche modo, anche il disastro di Chernobyl, avvenuto un quarto di secolo fa, si situa a cavallo del primo e secondo stadio, fasi in cui la catastrofe è rimasta come una nube minacciosa che intacca la vita e le relazioni, che avvelena ogni progetto di futuro. Il terrore nucleare ha condizionato le scelte politiche e le economie oltre che le mentalità e gli stili di vita. 

Oggi, dopo il grande terremoto e le voci più o meno veritiere che s’interrogano e si rimpallano intorno alle centrali di Fukuyama e allo stato di reale pericolo di fusione, siamo entrati nella fase tre: il disastro continuo, la condizione di chi deve convivere tutti i giorni con un evento del quale non si riesce a misurare la portata ma che è con noi, dentro di noi. Per un paradosso o, se vogliamo, una razionalità interna della storia, tocca a un popolo già gravemente fiaccato proprio dall’atomica e armato di grande dignità rappresentare questo scenario di una sostanziale impotenza nel controllo di eventi umani, così come di quelli naturali. E non sappiamo dove il senso di inanità e di frustrazione diventi più cocente e generi più panico: se nella gestione delle azioni, o nei fenomeni che attengono alla natura e al nostro rapporto con l’ambiente. 

Il futuro è esploso come immanenza nucleare, dopo le sorprese improvvise della caduta del Muro di Berlino, dell’attacco alle Torri gemelle, della finanziarizzazione dell’economia collassata dai mutui subprime, infine dei sommovimenti in atto nel Mediterraneo. Ma ancora più frustante, per menti educate alla rivoluzione scientifica, è che a scombussolare i nostri piani siano proprio i fenomeni fisici, che diciamo la verità ci siamo illusi, in un immaginario popolare assai più disinvolto di quello degli scienziati, di usare come strumentario per controllare le forze della natura. L’incubo del doomsday, il giorno del giudizio, dà spazio agli apocalittici. Peraltro riaprono le eterne discussioni sulla stessa opzione nucleare e sui gradi di sicurezza, l’una e gli altri inerenti la questione del petrolio, delle energie alternative, le strategie dell’approvvigionamento. 

OLOCAUSTO - Le scene cui assistiamo inverano alcune paure antiche, da quella della fine del mondo a quelle più tecnologiche di un Olocausto nucleare, che l’uomo coltiva dentro di sé come riflesso atavico. Ma ci sono novità nell’esercizio di questo immaginario. La prima è che non viviamo delle fantasie di minaccia ma dal confronto quotidiano con l’immanenza di questi stessi eventi catastrofici. La seconda è che quello che accade ha una portata e una diffusione realmente mondiali, grazie ai social network. La terza, e più sconfortante, è che neanche la comunicazione globale e la dotazione di mezzi d’informazione assai più potenti di un tempo riescono a tutelarci dall’irrompere del futuro. Per paradosso sono le arti, il cinema e la letteratura in particolare, con il loro furore visionario e immaginifico, a prefigurare le catastrofi e a risarcirci esorcizzando il futuro reale con la prefigurazione mimetica di quel che accade.

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