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Quel femminista di Carovigno

di Vittorio B. Stamerra
di VITTORIO B. STAMERRA 

Nella ricorrenza del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia e soprattutto alla vigilia dell’8 marzo, festa della donna, mi sembra doveroso rendere omaggio a un grande patriota pugliese, a un grande laico e antesignano della lotta per il riscatto della donna: il giornalista e saggista Salvatore Morelli, nato a Carovigno in provincia di Brindisi nel 1824, e morto nel 1880 a Pozzuoli. Salvatore Morelli è comunemente noto come l’autore della prima proposta di legge presentata nel Parlamento italiano (del quale fece parte per più legislature) per l’introduzione del divorzio nella legislazione della neo costituita nazione. 

Morelli invece, come dimostrato da ricerche più recenti, fu molto di più. Fu innanzitutto il paladino delle ragioni dei più deboli, delle donne in particolare, tanto da essere definito il «primo femminista della storia». Sinora questo merito veniva attribuito al filosofo britannico John Stuart Mill che nel 1868 scrisse il saggio «Asservimento delle donne», cui fecero riferimento i movimenti femministi che sorsero in tutto il mondo. Ben sette anni prima, e precisamente nel 1861, Salvatore Morelli aveva dato alle stampe «La donna e la scienza» e la soluzione del problema sociale. Un saggio che Morelli aveva scritto a Lecce durante i mesi di soggiorno obbligato a cui i borboni lo avevano sottoposto dopo averlo scarcerato al termine di anni di pesante detenzione. 

Senza voler essere malevoli, è probabile che Mill non conoscesse l’opera di Morelli, della quale erano pure state stampate già tre edizioni quando il filosofo ed economista britannico pubblicò il suo saggio, ma è altrettanto certo che Morelli non fosse uno sconosciuto politico di periferia. 

Il Nostro aveva studiato giurisprudenza a Napoli, all’epoca una delle più importanti capitali europee, era diventato un convinto patriota di stretta fede mazziniana, ed era considerato tra i più importanti cospiratori. Morelli non tradì neppure di fronte a fucilazioni simulate, ma si prese pure il lusso di rifiutare di incontrare il re Ferdinando di Napoli che aveva espresso questo desiderio. Dopo l’unificazione lasciò il domicilio coatto di Lecce, dove aveva fondato un giornale, Il Dittatore, in omaggio al generale Garibaldi e tornò all’amata Napoli, dove proseguì l’attività di saggista e di giornalista, stampando nel 1861, il famoso testo sull’emancipazione femminile. 

Ma uno come lui, anche per il carisma che si era conquistato nell’opinione pubblica, non poteva non scendere in politica. Venne così eletto al Parlamento, nel collegio di Sessa Aurunca, sin da quando la capitale d’Italia si trovava a Firenze, e vi rimase per quattro legislature (morì a Pozzuoli, nel 1880, a soli 56 anni). Forte della formazione giuridica, mazziniano di ferro e progressista, fu un appassionato riformatore sociale. A giudicare dal lungo elenco delle sue proposte di legge, tutte accolte con grande freddezza, se non vera e propria ostilità dalla maggioranza parlamentare, i temi che gli stavano più a cuore erano la riforma del diritto di famiglia (quello varato nel 1975 contiene buona parte di ciò che Morelli aveva proposto un secolo prima), la parità dei diritti tra marito e moglie, il divorzio, l’abolizione di qualsiasi discriminazione tra figlie legittimi e naturali, la cremazione e la chiusura dei cimiteri, la riforma dell’istruzione e la soppressione dell’insegnamento religioso. Non ebbe fortuna, ma era tenace nella sua azione parlamentare. Soltanto per l’introduzione del divorzio arrivò nel 1875 a presentare ben quattro progetti di legge. 

Quando morì nel 1880 era praticamente ridotto alla fame. All’epoca i parlamentari non erano pagati e figuriamoci se uno che scriveva saggi e articoli per gli ultimi della società potesse disporre di lauti sostegni economici. A definirlo «primo femminista della storia» fu qualche anno fa l’ambasciatore Sergio Romano, scrivendo di Morelli nella rubrica delle lettere che intrattiene sul Corriere della Sera. Così scriveva: «Il migliore omaggio alla sua memoria è quello di riprodurre il testo, deliziosamente antiquato, della legge che egli propose in Parlamento sulla condizione della donna. 
“Art. 1. Riconoscendo nella donna identità di tipo e facoltà uguali all’uomo, giustizia vuole che essa sia eguagliata al medesimo nei diritti civili e politici. Quindi le donne italiane, dalla pubblicazione di questa legge sono facultate ad esercitare i diritti civili e politici nello stesso modo e con le medesime condizioni che li esercitano gli altri cittadini del regno d’Italia. 
Art. 2. Le divergenze degli interessi, che potranno verificarsi nel passaggio dal vecchio a questo nuovo regime, verranno composte e regolate da appositi decreti. 
Art. 3. Tutte le disposizioni del codice e di altre leggi suppletorie, che circoscrivevano e limitavano i diritti della donna, rimangono abolite. 
Art. 4. Le donne italiane, che si mostreranno più diligenti al miglioramento della razza umana, dando alla patria figlioli di belli e robusti tipi, e li educheranno in modo da farli divenire eroi, pensatori e produttori distinti, avranno conferito dalla Stato titoli di onore, pubblici uffici, ed anche pensioni vitalizie, secondo il maggior bene che hanno arrecato colla loro opera”». 

Se fosse stato ancora vivo nel 1892, insieme ai grandi difensori dei ceti popolari e dei più deboli che a Genova si riunirono e fondarono il partito, tra i padri nobili del socialismo italiano ci sarebbe stato anche lui. Ricordare oggi che Salvatore Morelli è stato un grande patriota, un grande italiano e il primo difensore della donna è un dovere non solo per noi pugliesi ma per l’Italia intera.

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