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Ore contate per Muammar, beduino dalle sette vite

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Fra gli attuali potenti del globo soltanto Fidel Castro comanda o comandava da più tempo di lui. Ma Muammar Gheddafi pareva destinato a infrangere tutti i record di permanenza al Potere, compreso il primato del Lìder Maximo cubano. Pareva. Oggi, non sappiamo quale sarà la sorte esistenziale del Colonnello. Finora, l’ex Ragazzo Verde di Tripoli appariva il più stabile tra i duci e ducetti del Mediterraneo. Ma il vento della protesta e della libertà potrebbe travolgere lui e la sua Famiglia. Anzi, forse li ha già travolti. 

A distanza di 42 anni dal golpe che consegnò una nazione estesa sei volte l’Italia, ma quasi tutta desertica, a uno sconosciuto ufficiale 27enne ammiratore del Raìs egiziano Gamal el Nasser (1918-1970), ancora oggi nessuno sa o può dire chi sia o chi fosse davvero Gheddafi. Il leone del deserto era amico e nemico dell’Occidente, alleato e avversario dei Paesi arabi, esaltatore (a tratti) e denigratore (a raffica) dello Stivale, ammiratore (occulto) e detrattore (palese) dell’America. 

Anche in economia era un ossimoro vivente: ora aperturista ora stalinista. Il ritratto più fedele dell’ex Capitano coraggioso che defenestrò la monarchia libica porta tuttora la firma di Igor Man (1922-2009), fra i massimi esperti di Islam e potentati arabi: «Gheddafi? E’ un beduino, un beduino dalle sette vite, di cui conosciamo apparentemente tutto, ma di cui non sappiamo praticamente nulla, perché nel cuore dell’uomo e nel cuore di un beduino è assolutamente impossibile leggere qualcosa». 

Eppure negli ultimi lustri l’America, l’Europa e l’Italia avevano augurato lunga vita al Colonnello. Dove si trovava un leader arabo più laico e secolarizzato di Gheddafi? Dove si trovava un beduino smanioso di accreditarsi presso i salotti buoni delle Cancellerie e del Grande Capitale? Sarà perché il bombardamento deciso nel 1986 dal presidente americano Ronald Reagan (1911-2004) contro il dittatore libico - raid che provocò la morte della figlia adottiva del bersaglio designato, salvo per miracolo - traumatizzò alquanto il pur cazzutissimo comandante tripolino. 

Sarà perché, da seguace del realismo politico, il Colonnello non era propenso a litigare, oltre il consentito, con i vicini di casa. Sarà perché, da padrone assoluto del suo popolo e del suo Stato, Gheddafi alternava la logica del Guerriero con la filosofia del Finanziere, sta di fatto che il più ricco dirimpettaio della Penisola si era trasformato in una stella di prima grandezza nel firmamento del business internazionale. 

Il primo a intuirne e studiarne il lato nascosto (fare affari con gli «odiati» occidentali) fu la buonanima di Enrico Cuccia (1907-2000). Il papa di Mediobanca nel 1976 si scomodò fino a raggiungere la Tenda di Gheddafi pur di strappare al suo ospite indecifrabile l’assegno che avrebbe consentito alla Fiat di uscire dalla tenda a ossigeno in cui era ricoverata con la speranza di incontrare un donatore in grado di risanarla. Gheddafi, stranamente, pagò un prezzo maggiorato per diventare socio di Gianni Agnelli (1921-2003), ma mai sacrificio si rivelerà più conveniente. Non lo avesse fatto, il Colonnello si sarebbe ritrovato ai margini della comunità degli Stati, visto che la sua nomea era quella: protettore o, addirittura, impresario del terrore mondiale. 

Intelligentemente, Muammar capì. Cominciò da quel giorno la sua lenta marcia di avvicinamento all’Ovest: due passi avanti e uno indietro. Ma alle sue aperture a zig-zag verso l’Occidente faceva da contraltare il micidiale pugno di ferro a casa sua. Satrapia ai petrodollari, con qualche elemento di dissacrante bizzarria verso i simboli del comando. 

Gheddafi si divertiva anche col Potere. Soltanto a Tripoli, ad esempio, poteva accadere che il ministro della Giustizia fosse tale solo formalmente, perché il vero ministro era un signore sprovvisto di quel titolo e di quella carica. Gli uomini ombra erano i veri potenti, mentre i dignitari ufficiali contavano meno di un raccattapalle. Anche con se stesso il Raìs dava la sensazione di giocare. È rimasto «colonnello», pur potendo diventare «generale». Una capacità di simulazione e dissimulazione degna del miglior Fregoli. Non a caso il suo unico titolo di comando era (è) Guida della Rivoluzione. 

E pensare che l’ultimo Gheddafi era più vicino della Coca Cola agli stilemi occidentali, da lui assecondati anche con lo sdoganamento del bunga-bunga (barzelletta o pornopratica del libico approdata nella reggia di Arcore). Le guardie del corpo del Colonnello erano più strafighe di Belèn. I suoi otto figli avrebbero potuto dare a Federico Fellini (1920-2011) la trama per il sequel della Dolce Vita, visto che hanno affollato come gaudenti flavibriatori i luoghi dorati di Parigi, Roma, Saint Tropez, Porto Cervo. Addirittura, la responsabile dell’immagine mediatica di Gheddafi costituisce l’icona del jet-set alpino e marino di ieri e oggi: Marta Marzotto. E poi ancora Berlusconi e le femmine, il petrolio e le strade, gli immigrati e le banche. Roba da far auspicare a molti capi occidentali una compulsiva clonazione dei Gheddafi, nel mondo arabo, in funzione di scudi anti-Osama. 

Lo scontro di civiltà, paventato da Oriana Fallaci (1929-2006), si doveva combattere così, alla Gheddafi, dialogando e investendo, commerciando e divertendosi. Si doveva. Oggi il Colonnello appare per quello che era. Un leone feroce. E, come tutte le belve ferite, assediate o fuggiasche, è ancora in grado di azzannare mortalmente chiunque, in un tragico bagno di sangue. Ma la sua ora sembra arrivata. Sul serio.

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