Martedì 26 Marzo 2019 | 17:31

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Nessun pasto è gratis anche al tavolo delle riforme

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Alleluia. Il federalismo avanza. Ieri la Camera ha approvato la sua versione municipale mentre entro pochi mesi dovrà essere varata l’opera omnia della riforma cara a Umberto Bossi. I giornali sono stracolmi di cifre. Chi perde, chi guadagna con l’autogoverno fiscale (si fa per dire) prossimo venturo? Domanda inutile. Ci guadagna il Nord, vale a dire l’Italia ricca, il cui gettito tributario non è paragonabile a quello del Mezzogiorno. I cittadini del Sud saranno costretti a sganciare altri quattrini per mantenere la macchina burocratica, con buona pace di tutti i propositi di moderazione impositiva.

La Lega canta vittoria. In effetti ha ottenuto, almeno in parte, quello che voleva, perché le sue richieste iniziali avrebbero prodotto una secessione automatica dello Stivale. 

Ha ottenuto che la spesa storica degli enti locali non fosse più il criterio di finanziamento degli enti periferici da parte dello Stato centrale. Ha ottenuto che si bloccasse il paradosso dei premi concessi ai Comuni più spendaccioni, proprio in virtù del calcolo sulle uscite finanziarie degli anni precedenti. Insomma, Bossi può vantarsi di aver portato a casa qualcosa.

Non può sicuramente gloriarsi, lo Special One padano, del bilancio complessivo della sua battaglia pluriventennale. Se i risultati, se il tornaconto per i cittadini settentrionali, secondo gli studi più attendibili, è di poche centinaia di euro l’anno, verrebbe da chiedergli: tutto qui, era proprio necessario? Era proprio necessario scatenare il putiferio nel Paese per benefìci modesti (per un terzo della nazione) e per svantaggi (più sostanziosi) per gli altri due terzi?

I maggiorenti leghisti già mettono le mani avanti: «Non aspettatevi la moltiplicazione dei pani e dei pesci, perché questo genere di miracoli riusciva soltanto a Gesù Cristo». Ma non si era lasciato intendere a chiare lettere che il federalismo avrebbe permesso all’Italia di tornare a correre come una Ferrari? Come mai tanta prudenza nel magnificare le sorti progressive della riforma anelata dai lumbard?

Evidentemente anche i leghisti sanno che un conto è promettere, un conto è realizzare. Al loro posto, uno stato maggiore più accorto si sarebbe comportato come una Penelope della politica: di giorno a tessere la tela (del federalismo), di notte a disfarla. In questo modo i dirigenti leghisti avrebbero tenuto tutti sulle spine e concimato l’illusione dei credenti nella preghiera bossiana. Invece, proprio la conquista del vessillo più sognato dal popolo di Pontida potrebbe coincidere con l’inizio del tramonto della stella padana.

Il ragionamento può sembrare pedestre, ma dalla sua ha il conforto di molte pagine di storia. Già ora, a fattori invariati, i risparmi privati che, al Nord, genererà il federalismo non si annunciano particolarmente eccitanti. Figuriamoci cosa accadrà quando gli stessi settentrionali si renderanno conto che la tassazione rimarrà pressoché invariata o, addirittura, risulterà cresciuta. Le stime odierne sulle tasse del federalismo trascurano un elemento alto quanto una montagna: il costo delle nuove assunzioni per le amministrazioni provviste di nuovi poteri.

Si dice. L’apparato pubblico non crescerà di un capello, perché lo Stato centrale dovrà trasferire personale nei mini-Stati locali. E’ come credere all’asino che vola. Da che mondo è mondo, la burocrazia approfitta anche di uno starnuto per invocare per l’ingresso di nuovi adepti. Accadde nel 1970 dopo il battesimo delle Regioni. Accadrà anche adesso, dopo la benedizione del federalismo. Negli uffici pubblici della periferia verranno inviate molte competenze finora detenute dal centro, ma di sicuro dal centro verranno dislocati pochissimi impiegati (forse nessuno). Chi accetterebbe di cambiare città a costo zero, senza contropartite? Forse nemmeno gli incentivi riuscirebbero a smuovere chi è già radicato in posto. Né si ha notizia di quanti dipendenti servirebbero agli enti locali per assolvere i compiti del federalismo. I più solerti nell’ossequiare il nuovo calderolum prevedono che il costo del personale non salirà. Pia illusione. Tutti i surplus di funzioni, sia nel pubblico che nel privato, comportano o un pingue ristoro della busta paga dei dipendenti o un cospicuo piano di neo-assunzioni.

Ecco. Quanto costerà l’ulteriore infornata nel pubblico impiego modello federalistico? Chissà. Di certo farà saltare tutte le valutazioni algebriche fatte finora su vantaggi e svantaggi della riforma. Già, in parecchi Comuni, si preannuncia una bella grandinata di addizionali Irpef, di tasse scopo e tasse di soggiorno per residenti e forestieri. Immaginiamo cosa accadrà quando bisognerà pagare lo stipendio al personale ingaggiato per fronteggiare i nuovi impegni. Ci si accorgerà che all’Italia servivano meno tasse, non altri dipendenti pubblici. Ma sarà troppo tardi. Più burocrazia. Più poteri a una classe politica aummaaumma.

Il federalismo può funzionare solo se si rispetta questo principio: i costi sono più importanti dei ricavi. E’ davvero questa la filosofia prevalente? Bah. Speriamo solo che la Grande Riforma padana non faccia sconquassi come un fiammifero in una cisterna di benzina.

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