Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:21

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Una ventata di aria pulita

di Michele Partipilo
di MICHELE PARTIPILO 

Per molti il lunedì è il giorno più difficile della settimana. Riprendono monotoni gli affanni quotidiani. Un amico vescovo sostiene invece che il lunedì sia il giorno più bello, perché riprendi a lavorare, a costruire, a realizzare idee e progetti. Basta cambiare prospettiva per vivere con animo diverso anche situazioni ritenute sgradevoli. Oggi, per esempio, si potrebbe cominciare pensando a quel che è accaduto nella settimana appena trascorsa per farsi prendere da un po’ di ottimismo. Non che sia cambiato nulla di sostanziale, ma la prospettiva quella sì è mutata e forse anche tanto. 

Dopo trentacinque anni torno a Pompei, con un gruppo di amici. La città moderna ha subito la devastazione e l’arrembaggio edilizio a cui è stato sottoposto tutto il territorio napoletano. Odore di camorra e di immondizia abbandonata, di ossido di carbonio e di farraginosità cementificatrice e parapiglia del traffico impazzito, aggressivo e senza regole, tra code di auto inghiottite da ruderi di laterizi. La città antica ti appare invece come in un’isola a parte, oltre una quinta di alberi, difesa dall’anello di negozi e trattorie nazionalpopolari, nella sua immutata e suggestiva possanza di pietra. Non sai da dove convenga attaccarla, se dallo sbocco dell’autostrada o dalla parte della Basilica e se provi a lasciare via dell’Abbondanza, l’aorta nel cuore dei ruderi, ti perdi in un improvviso labirinto di strade strette, di regioni e di isole, la stessa divisione che propose Giuseppe Fiorelli, direttore degli scavi tra il 1863 e il 1875, anni in cui il Governo della Nuova Italia decise finalmente di condurre un serio recupero della città che giaceva sotto cenere e lapilli dal 79 dopo Cristo e che solo con la passione archeologica dei Borboni aveva cominciato a tornare alla luce centocinquant’anni prima. Tra saccheggi, furti, stupori e visite importanti, come quelle di Goethe, di lord Hamilton, di Napoleone, di Dumas. 

ACUSTICA - In maniera casuale scivoliamo nelle cavee dei teatri, dal centro della platea, con un battito di mani giochiamo a provare l’acustica, scaliamo i gradoni dei sedili fino ai parapetti. Mi figuro le maschere di Macco, Pappo e Dosseno che sparano parolacce e battute con la spudoratezza di Checco Zalone e di Albanese, me li immagino nella più delicata comicità di Terenzio e Plauto, dei Benigni e Fo di tempi in cui si poteva giocare con la liberalità dei costumi e meno con la libertà politica. Con la curiosità di noi moderni ci inguattiamo tra le vie dei lupanari, a sorprenderci di fronte a letti di pietra sui quali i pompeiani hanno consumato sogni e piaceri. Case arricchite da un nastro di affreschi che raffigurano un kamasutra occidentale. Dicono che Pompei contasse una trentina di queste case del piacere procurato a sesterzi. Ma ci stupiremo nei luoghi termali, le terme come centri benessere, di fronte alla modernità delle invenzioni idrauliche e architettoniche,nelle dimore gentilizie del Fauno, dei Vettii, dei Capitelli colorati, dove a toccarmi sono sempre le decorazioni, la finezza e la delicatezza rappresentativa della quotidianità affidata al disegno e al colore. Ripenso alla Battaglia di Isso, alla Medea dei Dioscuri ai mosaici di Dioskourides di Samo. Ma su tutto vincono i molti calchi che gli archeologi hanno ricavato iniettando gesso nei vuoti lasciati dai corpi consumati da gas e lapilli. Sono le immagini più toccanti della tragedia, perché ti riportano al momento dell’eruzione, alla follia indagatrice di Plinio il Vecchio che va a morire asfissiato sotto la nube di gas tossici. Ci sono corpi di fuggenti,corpi di persone che hanno fatto appena in tempo a svegliarsi prima di riaddormentarsi per sempre,di altri che la morte ha colto nel sonno. Cani contorti nello spasimo e uomini folgorati nel dolore. Pompei si trasforma con questi calchi in un cimitero dove la bellezza olimpica dei colonnati, delle case gentilizie salutate da impluvi che dominano gli atrii e da giardini retrostanti, e non ce la fa ad affrancarsi dalla tragedia che l’ha tramandata a noi per sempre. Anzi,aggiungono dramma al dramma i crolli degli ultimi tempi, la precarietà denunciata dalle travature di contenimento e di sostegno dei muri pericolanti, i molti divieti di accesso. 

MANDRIE - Intanto sciamano mandrie di giapponesi e frotte di tedeschi, mentre il mio gruppo guadagna i fori, i templi, i cardi e i decumani, osserva le difficoltà a difendere il patrimonio, la necessità che il mondo intero ci aiuti a tenere in piedi questo disastro unico sulla terra. Da un’altura si stende a perdita d’occhio la città dissepolta. Immensa. Oltre le case e i ruderi,si levano il campanile e la cupola del santuario della Madonna. Uno spartiacque tra due devastazioni, quella antica del Vesuvio, quella dei moderni piani regolatori. Ci siamo stati in visita al santuario appena giunti in città. Sorpresi dalla ponderosità dell’edificio, e, nell’interno, dalla prepotenza del colore e della figurazione degli angeli liberty che sorreggono le volte, dagli ex-voto che propagandano la miracolosità del luogo. Dappertutto si celebra nella basilica il latianese Bartolo Longo, ma dappertutto le bacheche vendono oggetti sacri, mentre uno stuolo di suore, piccole impiegate di banca, accettano offerte e donazioni e se non hai denaro contante sanno indicarti nella sacrestia il bancomat che offre una scorciatoia per il paradiso.

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