Martedì 26 Marzo 2019 | 11:07

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Il bipolarismo berlusconiano: Giuliano contro Giulio

di Giuseppe De Tomaso
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Giuliano versus Giulio. Il bipolarismo non funziona come dovrebbe in Parlamento, ma di sicuro funziona come un orologio svizzero all’interno dei singoli partiti. Anche nel Pdl, che molti identificano come il Partito del Leader. Stranezze della politica, i principali nomi di riferimento nell’esercito e nello stato maggiore berlusconiano erano e restano due signori che del Pdl non hanno nemmeno la tessera, ma che tuttavia sono tra i pochissimi a non dover fare anticamera per parlare col Capo. Si chiamano Gianni Letta e Giuliano Ferrara.

Letta è il braccio destro del Cavaliere in tempo di pace. Ferrara è la longa manus del premier in tempo di guerra. Il fatto che il direttore del Foglio, negli ultimi giorni, sia tornato a occupare la scena alla sua maniera, ponendo fine a un autoisolamento che durava da parecchio, la dice lunga sullo stato d’animo di Berlusconi e sugli scenari ancora più procellosi che si profilano nelle prossime settimane.

Più che un luogotenente di spicco, l’«elefantino» è un consigliere cui il Principale concede una notevole autonomia di manovra. Il che induce Ferrara a pianificare strategie d’attacco che neppure un personaggio portato alla pugna come Re Silvio riuscirebbe a condurre in prima persona. Non solo. Ferrara può permettersi quelle eterodossie, quegli strappi verbali proibiti anche agli irriducibili del berlusconismo

Ora. Ferrara ha organizzato la controffensiva comunicazionale del Cavaliere su più punti: la magistratura, i mass media, le donne, l’economia. Non c’è materia, in questi giorni, in cui non si noti la firma del polemista più agguerrito del fronte berlusconiano. Ovviamente Giulianone non si tira mai indietro in momenti come questi, in ossequio al principio del «quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare». Ma, siccome il giornalista-consigliere, nonostante una breve fase nel ruolo di colomba, era e resta un falco per codice genetico, oltre che per successiva impronta culturale, si è attribuito un compito che il suo diretto superiore non potrebbe portare a termine per una montagna di motivi: controllare e, all’occorrenza, bacchettare Giulio Tremonti.

Il Ferrara che esterna dalla tv è il Ferrara che picchia duro sui nemici storici del Cavaliere: da Eugenio Scalfari a Michele Santoro. Ma il Ferrara che fa politica sul Foglio è il Ferrara che al Divo Giulio del governo non perdona nemmeno una cravatta male abbinata all’abito.

Tremonti sostiene che in tempi di crisi è meglio stare fermi senza spendere? Ferrara propone (e suggerisce al Numero Uno) di presentare un piano di liberalizzazioni, che di per sé provocherebbe qualche scossone qua e là. Tremonti non prende posizione sulla Patrimoniale prospettata da Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo e Walter Veltroni? Il Foglio insinua che, sotto sotto, la Patrimoniale non dispiacerebbe nemmeno al titolare dell’Economia. Il ministro esclude manovre e manovrine di primavera? Ferrara ipotizza, anche nei titoli, una stangata dietro l’angolo. E ancora. Berlusconi illustra il programmma per la crescita? Ferrara spara sul «Tesoro di ostacoli», accusato di mettere il freno a mano su tutte le idee che non portino il brevetto del giurista di Sondrio. Infine, l’accusa più sottile, nel momento in cui il Capo si trova sotto assedio: la strategia della disattenzione, la linea del silenzio, la scelta dell’indifferenza, la latitanza della solidarietà nei confronti di un uomo alle prese con la più insidiosa disavventura giudiziaria della sua vita. Messaggio in codice (e neanche tanto): «Caro super-ministro, ti stiamo monitorando minuto per minuto. Non ti consentiremo di aspirare alla successione di Silviuccio nostro nell’evenienza del patatrac. Anzi, ti invitiamo a salire in montagna per combattere insieme a noi».

Per ora Tremonti tace come taceva il suo vecchio amico Enrico Cuccia (1907-2000). Anzi, appena può, ne approfitta per ritoccare e migliorare la propria immagine. Lui, Tremonti, passa per un settentrionale solo di un soffio meno leghista di Umberto Bossi? Allora il ministro sale su un «moderno» convoglio per il Sud dove sbotta, come un meridionale espasperato, contro la Bassa Velocità che regola i trasporti ferroviari da Roma in giù: «Qui sono più veloci i moscerini dei treni». Roba che se l’avesse spiattellata un viaggiatore di Lecce o Reggio Calabria lo avrebbero compatito come il solito sudista abbonato al singhiozzo (a proposito: anche il ministro ha certificato che la condizione dei trasporti su rotaie nel Meridione rimane uno scandalo). Avete capito: Tremonti è Tremonti. Una strigliata indiretta, nelle vesti di difensore civico del Mezzogiorno, rivolta ai manager delle ferrovie, gli giova più di cinque copertine su Time.

Ma Ferrara non gli dà tregua. Avendo seguito da protagonista e da cronista il tramonto di Bettino Craxi (1934-2000), l’elefantino teme che il fuggi-fuggi dalle vicissitudini del Capo possa ripetersi anche nel crepuscolo berlusconiano. Tremonti, a suo parere, merita di essere un osservato speciale. Così. Il Ferrara-uno frusta gli avversari e i nemici palesi del suo amico più importante. Il Ferrara-due picchia su quegli alleati (del medesimo amico) sospettabili di trasformarsi in pericolosi rivali. Quest’ultimo Ferrara somiglia al marito che picchia la moglie convinto solo di una cosa: lui non sa perché, ma lei sì.

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