Perché Venere (non) riduce il Cavaliere in cenere
di GIUSEPPE DE TOMASO
Premessa. Se fosse nato in America o in Inghilterra, Silvio Berlusconi non sarebbe mai approdato alla Casa Bianca o al numero 10 di Downing Street. Colà, è sufficiente una gita in barca con una signora sconosciuta per segare anche la più promettente fra le carriere politiche. L’elenco di sogni presidenziali infranti, soprattutto nei Paesi anglosassoni, è più lungo delle Pagine Gialle. Da Ted Kennedy a Gary Hart, non si contano i big rovinati da relazioni extradomestiche paparazzate dai segugi di stampa e tv. Tanto che un attore-politico (o politico-attore) come Ronald Reagan (1911-2004) codificò in una stringata gerarchia i tre pericoli principali per ogni aspirante leader: primo: le donne; secondo: le donne; terzo: le donne.
Il Cavaliere di Arcore, sulla falsariga del Cavaliere di Predappio, se ne è sempre strafregato di tutti i consiglieri che, nel tempo, gli hanno suggerito la necessaria moderazione. Per la verità sollecitata da secoli. Nisi caste saltem caute (se non puoi agire castamente, agisci almeno con cautela) sosteneva l’arcivescovo Adalberto di Brema (1000-1072) che immortalò la frase in un discorso pronunciato durante un Sinodo pasquale. Ecco. Berlusconi ha agito al contrario, senza precauzioni, sicuro forse che la sua esuberanza sessuale gli avrebbe procurato più gioie che dolori anche sul piano mediatico, cioè elettorale.
Cosicchè, oggi, indipendentemente dai risvolti da tribunale, il caso Ruby gli ha rovesciato addosso un inatteso supplemento di problemi: se le prodezze sessuali da satiro possono generare un sentimento di invidia, emulazione, ammirazione nell’italiano medio che, come sosteneva Curzio Malaparte (1898-1957), vede nel membro virile, non nel tricolore, il vero simbolo del Belpaese, viceversa la ricaduta mediatica mondiale delle medesime imprese amatorie sta provocando al premier più guai e imbarazzi di un improvviso buco nei conti pubblici. Se poi, con tutte le conseguenze giudiziarie della vicenda, la donna dello scandalo è una minorenne (sia pure con la fisicità di una prorompente venticinquenne), il clamore si ritrova vieppiù amplificato. Il che, obiettivamente, non giova all’immagine di Berlusconi e dello Stivale nel globo.
Ma se all’estero sono più severi di un Catone nei confronti dei politici adusi a frequentare Venere più di Rocco Siffredi, in Italia, invece, terra del perdono cattolico e del condono laico, la Berlusconeide trova più cultori, più amatori dell’Odissea e della Divina Commedia. Va ricercata in questa identificazione/sovrapposizione fra il Cavaliere e il prototipo dell’italiano-italiano la prima spiegazione sulla longevità politica del Nostro, che ha ribaltato finora tutte le leggi sulla conservazione del potere.
La seconda spiegazione sull’«immortalità» pubblica del Cav attiene, invece, alle inchieste giudiziarie che lo coinvolgono e lo hanno coinvolto. Perché, nonostante il bollettino di indagini ad opera di varie procure, Silvio Berlusconi sembra più stabile della Torre di Pisa? Tutto «merito» delle sue tv? Perché solo a lui larghe fasce di italiani riservano una comprensione, negata ad esempio a molti altri vip protagonisti di storie giudiziarie? Dipende dall’inverosimiglianza delle inchieste, dalla covinzione che Silvio è vittima di una persecuzione? Dipende solo dalla vocazione al perdono di cui sopra? Il perdonismo genetico e ambientale dei nipotini di Romolo ha la sua importanza, ma non basta a spiegare il fenomeno di SB, la sua predisposizione a rialzarsi, assai più connaturata che in un pugile sul ring. Se molti italiani concedono a Re Silvio una carta di credito (politica) dietro l’altra, allora significa che la questione è più complessa. E quindi chiama in causa il contenuto delle indagini che lo riguardano.
Indro Montanelli (1909-2001) definì Enrico Mattei (1906-1962) - fondatore e dittatore dell’Eni - il «corruttore incorruttibile», riconoscendogli un disinteresse personale misto a doti manageriali utilizzate in operazioni vantaggiose per il colosso petrolifero, ma tutt’altro che ossequiose verso la legge. Non sappiamo se la definizione appioppata da Montanelli a Mattei possa essere estesa anche a Berlusconi. Sappiamo solo che alcune accuse piovute finora sul capo del primo ministro hanno visto l’indagato-inquisito sempre nel ruolo di pagatore, giammai in quello di chi ha ricevuto o preteso denaro. E anche se la parte del corruttore non è meno grave di quella del corrotto, invece nella classifica della gravità dei reati stilata nelle partite al bar, o nelle cene del sabato sera, la condizione di chi riceve è considerata imperdonabile, quasi inappellabile, mentre la condizione di chi paga no: è assimilata a quella di chi è costretto a pagare da estorsori più o meno insaziabili, ergo essa merita più attenuanti di un automobilista che non ha rispettato l’autovelox.
Proviamo ora a immaginare un Berlusconi sotto accusa per aver intascato quattrini. Quasi certamente, nonostante il possesso di un impero televisivo ed editoriale, il Cavaliere si ritroverebbe a dover mettere in conto anche l’esodo degli elettori berlusconiani più acritici.
Comunque. Il vero bipolarismo italico sembra svolgersi tra Berlusconi e procure. E si concluderà chissà quando. I più disincantati dicono che se i magistrati hanno ragione su Berlusconi anche Berlusconi ha ragione sui magistrati. Il che rende impossibile qualsiasi discorso su una riforma della giustizia non più ad personam. Può essere. Ma si può andare avanti così, tra vicende a luci rosse e conflitti permanenti fra gli organi dello Stato?
Premessa. Se fosse nato in America o in Inghilterra, Silvio Berlusconi non sarebbe mai approdato alla Casa Bianca o al numero 10 di Downing Street. Colà, è sufficiente una gita in barca con una signora sconosciuta per segare anche la più promettente fra le carriere politiche. L’elenco di sogni presidenziali infranti, soprattutto nei Paesi anglosassoni, è più lungo delle Pagine Gialle. Da Ted Kennedy a Gary Hart, non si contano i big rovinati da relazioni extradomestiche paparazzate dai segugi di stampa e tv. Tanto che un attore-politico (o politico-attore) come Ronald Reagan (1911-2004) codificò in una stringata gerarchia i tre pericoli principali per ogni aspirante leader: primo: le donne; secondo: le donne; terzo: le donne.
Il Cavaliere di Arcore, sulla falsariga del Cavaliere di Predappio, se ne è sempre strafregato di tutti i consiglieri che, nel tempo, gli hanno suggerito la necessaria moderazione. Per la verità sollecitata da secoli. Nisi caste saltem caute (se non puoi agire castamente, agisci almeno con cautela) sosteneva l’arcivescovo Adalberto di Brema (1000-1072) che immortalò la frase in un discorso pronunciato durante un Sinodo pasquale. Ecco. Berlusconi ha agito al contrario, senza precauzioni, sicuro forse che la sua esuberanza sessuale gli avrebbe procurato più gioie che dolori anche sul piano mediatico, cioè elettorale.
Cosicchè, oggi, indipendentemente dai risvolti da tribunale, il caso Ruby gli ha rovesciato addosso un inatteso supplemento di problemi: se le prodezze sessuali da satiro possono generare un sentimento di invidia, emulazione, ammirazione nell’italiano medio che, come sosteneva Curzio Malaparte (1898-1957), vede nel membro virile, non nel tricolore, il vero simbolo del Belpaese, viceversa la ricaduta mediatica mondiale delle medesime imprese amatorie sta provocando al premier più guai e imbarazzi di un improvviso buco nei conti pubblici. Se poi, con tutte le conseguenze giudiziarie della vicenda, la donna dello scandalo è una minorenne (sia pure con la fisicità di una prorompente venticinquenne), il clamore si ritrova vieppiù amplificato. Il che, obiettivamente, non giova all’immagine di Berlusconi e dello Stivale nel globo.
Ma se all’estero sono più severi di un Catone nei confronti dei politici adusi a frequentare Venere più di Rocco Siffredi, in Italia, invece, terra del perdono cattolico e del condono laico, la Berlusconeide trova più cultori, più amatori dell’Odissea e della Divina Commedia. Va ricercata in questa identificazione/sovrapposizione fra il Cavaliere e il prototipo dell’italiano-italiano la prima spiegazione sulla longevità politica del Nostro, che ha ribaltato finora tutte le leggi sulla conservazione del potere.
La seconda spiegazione sull’«immortalità» pubblica del Cav attiene, invece, alle inchieste giudiziarie che lo coinvolgono e lo hanno coinvolto. Perché, nonostante il bollettino di indagini ad opera di varie procure, Silvio Berlusconi sembra più stabile della Torre di Pisa? Tutto «merito» delle sue tv? Perché solo a lui larghe fasce di italiani riservano una comprensione, negata ad esempio a molti altri vip protagonisti di storie giudiziarie? Dipende dall’inverosimiglianza delle inchieste, dalla covinzione che Silvio è vittima di una persecuzione? Dipende solo dalla vocazione al perdono di cui sopra? Il perdonismo genetico e ambientale dei nipotini di Romolo ha la sua importanza, ma non basta a spiegare il fenomeno di SB, la sua predisposizione a rialzarsi, assai più connaturata che in un pugile sul ring. Se molti italiani concedono a Re Silvio una carta di credito (politica) dietro l’altra, allora significa che la questione è più complessa. E quindi chiama in causa il contenuto delle indagini che lo riguardano.
Indro Montanelli (1909-2001) definì Enrico Mattei (1906-1962) - fondatore e dittatore dell’Eni - il «corruttore incorruttibile», riconoscendogli un disinteresse personale misto a doti manageriali utilizzate in operazioni vantaggiose per il colosso petrolifero, ma tutt’altro che ossequiose verso la legge. Non sappiamo se la definizione appioppata da Montanelli a Mattei possa essere estesa anche a Berlusconi. Sappiamo solo che alcune accuse piovute finora sul capo del primo ministro hanno visto l’indagato-inquisito sempre nel ruolo di pagatore, giammai in quello di chi ha ricevuto o preteso denaro. E anche se la parte del corruttore non è meno grave di quella del corrotto, invece nella classifica della gravità dei reati stilata nelle partite al bar, o nelle cene del sabato sera, la condizione di chi riceve è considerata imperdonabile, quasi inappellabile, mentre la condizione di chi paga no: è assimilata a quella di chi è costretto a pagare da estorsori più o meno insaziabili, ergo essa merita più attenuanti di un automobilista che non ha rispettato l’autovelox.
Proviamo ora a immaginare un Berlusconi sotto accusa per aver intascato quattrini. Quasi certamente, nonostante il possesso di un impero televisivo ed editoriale, il Cavaliere si ritroverebbe a dover mettere in conto anche l’esodo degli elettori berlusconiani più acritici.
Comunque. Il vero bipolarismo italico sembra svolgersi tra Berlusconi e procure. E si concluderà chissà quando. I più disincantati dicono che se i magistrati hanno ragione su Berlusconi anche Berlusconi ha ragione sui magistrati. Il che rende impossibile qualsiasi discorso su una riforma della giustizia non più ad personam. Può essere. Ma si può andare avanti così, tra vicende a luci rosse e conflitti permanenti fra gli organi dello Stato?