Martedì 26 Marzo 2019 | 10:55

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Sapete, c’era una volta la notte della Befana

di Daniele Giancane
di DANIELE GIANCANE 

«La befana vien di notte /con le scarpe tutte rotte/col cappello alla romana /viva viva la befana!». Chi non ricorda questo antico ritornello cantato a squarciagola dai bambini di un tempo nei giorni precedenti il 6 gennaio, quando grande era l’attesa della vecchia megera col gonnellino scuro e ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto e un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte? La vecchia rugosa che scendeva dai camini a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un grande sacco ripieno di caramelle e cioccolate - raramente giocattoli, se mai qualche bambolina di pezza - ma anche ricolmo di carbone e cenere per i bambini cattivi? 

Certo, nessuno si stava a chiedere chi davvero fosse quella strega: forse era la vecchietta che non volle seguire i re magi nella marcia di avvicinamento alla grotta dov’era nato il Bambinello? O, forse, era la moglie di Babbo Natale (solo che lui viveva al Polo Nord, lei al Polo Sud: che strano mènage famigliare, a pensarci bene!)? No no, nessuno sapeva che della befana si è cominciato a parlare nel Mille e duecento. Che forse rappresenta l’anno vecchio che - dopo le feste natalizie - se ne va lasciando dei doni (d’altra parte «L’Epifania tutte le feste si porta via»). O fors’anche era la perpetuazione di un’antica festa romana che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e Strenia (da cui il termine «strenna») durante il quale ci si scambiavano regali. 

No, no, noi bambini degli anni Cinquanta/Sessanta sapevamo che quella notte era magica, che bisognava prepararsi da un bel pezzo prima a «fare i buoni» per non ricevere solo un pezzo di carbone. Già la sera del cinque, si imbandiva la tavola per la befana: sulla tovaglia buona, troneggiava un piatto con mandarini, arance e un buon bicchiere di vino. Qualcuno esagerava e ci metteva pure lupini, noci, castagne: la befana poteva aver fame, faceva freddo e volare da un tetto all’altro costa dispendio di energie fisiche, la befana aveva bisogno di rifocillarsi! C’era qualcosa di sacro,in quella notte. Dopo cena, ci si sedeva attorno al braciere e gli adulti cominciavano a narrare episodi della vita della befana e della sua faccia grinzosa che fa spavento solo a guardarla. E del fatto che lei non ama essere scoperta quando la notte scende dal camino e depone i doni. E che ha una voce cavernosa come quella di in orco, ma che in fondo è buona come una vecchia nonna. Noi bambini ascoltavamo in silenzio e quella notte non volevamo andare a dormire: no, stanotte starò sveglio e conoscerò finalmente la befana. 

Era un sentimento di curiosità misto a timore, perché quell’essere che pioveva dal cielo faceva paura: chi era davvero? Un fantasma? Un umano o uno spirito? Somigliava a certi fantocci che venivano bruciati per strada? Ricordo che in quei giorni per le strade di paese veniva bruciato «Rocco», un personaggio di paglia, col cappellaccio in testa e degli abiti sdruciti che veniva issato su un palo e - tra il ludibrio e gli scherni della gente - veniva appunto dato alle fiamme. Ma la befana per noi era mitica tra un pensiero e l’altro, gli occhi si chiudevano e noi ce la mettevamo tutta per non addormentarci, ma alla fine più che l’attesa poteva il sonno. Crollavamo esausti e la mattina - appena svegli - si correva in cucina e...toh! È venuta la befana. C’erano le calze con i dolci e qualche piccolo regalo. Accanto alla gioia per i doni, c’era ancora una volta la delusione per non essere riusciti a stare svegli. Sì, ma l’anno prossimo. D ov ’è finita la befana? Dove quelle attese, quei tremori, quei sogni ad occhi aperti? 

Oggi la befana è solo uno scambio asettico di regali, per di più con poco senso, perché i doni da un bel po’ di anni a questa parte si consegnano a Natale (e magari in molte famiglie baresi lo scambio dei doni è già avvenuto a San Nicola). Babbo Natale ha soppiantato la befana, perché è un personaggio «laico», non porta con sé alcun mistero, è bonaccione e sorridente. Non provoca riflessioni di alcun tipo, è solo un dispensatore di doni. E, se per qualche tempo la befana è stata interpretata come colei che integra i doni natalizi (magari Babbo Natale di qualcosa di dimentica...) lentamente è divenuta solo il giorno del regalo della calza (non tanto per i bambini quando tra fidanzati, innamorati & affini). 

D’altra parte, oggi regalare dolci è un attentato alla salute: come si potrebbe permettere la befana di regalare dolci ai bambini di una regione (la Puglia) che ha il più alto numero di bambini obesi dell’intera nazione italiana e tra i più alti d’Europa?): No, magari potrebbe regalare consigli per una corretta dieta alimentare! E poi, al di là del fatto che viviamo in una società che è lontana mille miglia dal «sacro» (come potrebbe sopravvivere la befana in un mondo in cui la scienza ha soppiantato la disposizione al mistero, al sogno, all’attesa di eventi magici? In cui Internet e Facebook hanno relegato in soffitta il monacello e la fata della casa?), c’è un problema di fondo che per la povera befana è divenuto insormontabile: noi viviamo in un contesto sociale in cui vengono esaltate la bellezza, la sanità, il denaro. In cui la più grande aspirazione è partecipare al Grande Fratello. In cui tante ragazzine (perfino in Cina) chiedono ai genitori non un dono qualsiasi ma una plastica facciale. In cui le donne d’età ricorrono al bisturi per non sembrare vecchie. La befana è davvero out: è vecchia e brutta, quindi indecente. È l’emblema di ciò che «non» si deve essere (tra l’altro non veste neppure ala moda, allude alla povertà, altra cosa indegna). Qui vale solo il «giovane e bello». La befana, chi si crede di essere? Perché questa orrida vecchia non cambia look e si fa una bella plastica?

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