Martedì 26 Marzo 2019 | 11:37

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Le strategie semi-parallele di Berlusconi e Casini

di Giuseppe de Tomaso
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Aprimavera si vota o no? E’ l’interrogativo con cui sta per iniziare il nuovo anno. Anche se in politica i colpi di scena sono più numerosi dei regali di Natale, stavolta la risposta non sembra ammettere subordinate: dipenderà dall’Udc se gli italiani torneranno alle urne. Se Pierferdinando Casini accetterà le profferte e i pressanti inviti di Silvio Berlusconi a entrare in maggioranza e al governo, la legislatura potrà allungarsi almeno di un annetto. Se, invece, Casini preferirà restare autonomo rispetto al centrodestra e al centrosinistra, quasi certamente a maggio 2011 si riapriranno le cabine elettorali. Non è agevole per nessuno, infatti, pilotare un governo con pochi voti di vantaggio.

Non è facile la decisione di Casini, anche se le turbolenze all’interno del centrosinistra stanno favorendo il lento riavvicinamento dell’Udc all’area berlusconiana. Non è facile, perché cospicui settori del centrosinistra non hanno rinunciato all’idea di un’alleanza con i centristi, prenotando per l’Udc ruoli di elevata rappresentanza. Non è facile perché non è detto che l’apparentemento elettorale preventivo col Pdl possa enfatizzare al massimo il potere di coalizione di Casini. Il leader udiccino sa che difficilmente il voto per il Senato potrebbe determinare una maggioranza autosufficiente, il che assegnerebbe all’Udc un peso vieppiù superiore a quello prodotto dalle schede dei cittadini. La titubanza di Casini è alimentata anche dal gelo bossiano nei confronti dell’apertura del Cavaliere all’ampliamento del centrodestra. Il leghista Roberto Calderoli, assai pratico, ha lanciato un’ipotesi di mediazione: dite sì al federalismo fiscale, in cambio otterrete dal Carroccio il via libera alla riforma elettorale. Bah. Resta il fatto che Bossi non vede l’ora di rituffarsi nell’arena elettorale, altrimenti non avrebbe ordinato al suo partito di chiedere quasi ufficialmente la testa di Gianfranco Fini dalla presidenza della Camera. Una formazione politica, possibilista su una bozza di compromesso per allungare la legislatura, non getterebbe altra benzina sul fuoco.

Comunque. Sia se si voterà nel 2011, sia se si voterà nel 2012 o 2013, gli italiani voteranno due volte: quasi direttamente per Palazzo Chigi, indirettamente per il Quirinale (Giorgio Napolitano resterà in carica sino alla primavera 2013). Pochi giorni fa, per la prima volta nella sua carriera politica, il Cavaliere ha lasciato intendere che potrebbe fare spazio ai suoi sia per la guida del governo sia per il vertice dello Stato. Per Palazzo Chigi il premier ha disegnato un identikit che, a detta dei silviologi, potrebbe riferirsi a Angelino Alfano, Franco Frattini e Mariastella Gelmini. Per il Quirinale non ha speso molte parole, il che ha autorizzato i cronisti a rilanciare il nome di Gianni Letta, più volte indicato dal Cav, in passato, quale candidato ideale per il Colle più sognato della Capitale. Ad ogni modo, dipenderà dalle scelte degli elettori il tipo di maggioranza parlamentare che dovrà dare la sua fiducia prima al presidente del Consiglio e dopo al presidente della Repubblica.

Non era mai accaduto, finora, che Berlusconi accennasse a un suo passo indietro. Infatti, è più probabile una fuga d’amore tra Vladimir Putin e Hillary Clinton della rinuncia del Cav a uno dei due Palazzi più importanti della nazione. Chissà quanto costa, a Berlusconi, la dissimulazione della sua strategia, visto che, dipendesse da lui, l’Italia andrebbe trasformata subito in una repubblica presidenziale, che affidasse all’eletto dal popolo i poteri oggi spalmati tra Palazzo Chigi e Quirinale. Ma il Cavaliere ha imparato che il ricorso alla pretattica non giova solo nel mondo del calcio. Anche in politica genera buoni frutti. Soprattutto quando è il ballo l’ex residenza dei papi e dei re, l’unica dimora in grado di garantire sette anni ininterrotti di potere, senza gli ostacoli e le insidie che accompagnano il tragitto di tutti i capi di governo.

Berlusconi sa che nessun vero leader di partito è mai riuscito a scalare il Colle dove ora risiede Napolitano: troppo importante la location per consegnarne le chiavi a uno già potente. E pur essendo l’attuale premier un leader che controlla minuziosamente la propria coalizione, nulla autorizza a scommettere su una manovra scorrevole per il raggiungimento del traguardo presidenziale. Ergo: meglio negare, negare, negare. Meglio ipotizzare anche il ritiro dalla gara per Palazzo Chigi, a favore di un giovanotto (a) in grado di esprimere il ribaltone generazionale.

Invece. Andreottianamente parlando, la politica insegna che una meta è più abbordabile quando l’aspirante a una carica può mettere una poltrona a disposizione (degli altri). E quale poltrona è più allettante di quella governativa? Ecco perché si fa fatica a credere a un Berlusconi orientato a fare strada a un quarantenne del Pdl. Primo, perché il Pdl vuol dire ancora Berlusconi. Secondo, perché il balzo al Quirinale può essere più facile da Palazzo Chigi. Ecco perché il pressing di Silvio nei confronti di Pier sarà, con il passare dei giorni, più avvolgente della corte del dottor Zivago a Lara. L’appoggio dell’Udc non gli è necessario solo per il governo, ma soprattutto per il dopo Napolitano. 

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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