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Pdl come Milan, Pd come Inter: vite parallele fra Cassano e Mou

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Stava scritto nella cometa che il gesù bambino calcistico di Bari dovesse finire nel grottone del Berlusca. Non solo perché Cassano golden boy Antonio fosse un predestinato alla gloria, da mito maradoniano di casa nostra. Ma perché solo in una società come il Milan un fuoriclasse come lui, più anarchico di Michail Bakunin (1814-1876), avrebbe trovato un’autorità in grado di raffreddarne gli ardori e moderarne le intemperanze. Non poteva certo essere l’Inter l’approdo conclusivo di un’irresistibile carriera iniziata - per un capriccio del destino - proprio con un gol travolgente del Nostro alla benamata nerazzurra. Accadeva nel giurassico 1999. E tutti se la ricordano ancora, la prodezza di Tonino. Che, pur indossando la divisa dei galletti del Bari, stravedeva per il biscione di Moratti Massimo, non certo per quello di Berlusconi Silvio. 

Ecco. Se c’era una squadra da cui il pibe de oro barese doveva tenersi scientificamente alla larga, questa era l’Inter. A meno che la società ambrosiana non si fosse affidata per sempre alla dittatura di Josè Mourinho. Non a caso, quando lo ha metaforicamente collocato sul lettino, tutta la psicanalisi europea ha concordato su un punto: Antonio Cassano soffre il complesso del padre, intendendosi per padre un capo anti-democratico capace di mettere in riga chiunque, da Mario Balotelli a Cristiano Ronaldo, dagli arbitri al proprietario della sua squadra. Infatti, l’Inter demourinizzata è sinonimo di Inter devirilizzata. Somiglia a una «dieta» polacca in cui ciascuno dice la sua, e il primo che si alza la mattina spesso e volentieri riesce a dare la linea.

Cosicché. Se Cassano non poteva che sbarcare a Milanello, pena la fine anticipata del suo strepitoso talento, solo Mourinho poteva (e può) assicurare ai Moratti il replay dei trionfi firmati, quasi mezzo secolo fa, dal patriarca della famiglia, il petroliere Angelo, in tandem con Helenio Herrera (1910-1997). Ogni altra soluzione sarebbe apparsa e apparirebbe più velleitaria di una gara di Formula Uno a bordo di un triciclo. Sì, c’era un altro club che avrebbe potuto spalancare le porte all’indomabile di Bari Vecchia senza rischiare di compromettere la pace sociale nello spogliatoio e sugli spalti. Era la Juventus. Ma era la Juventus di Luciano Moggi, un sodalizio di dirigenti che avrebbe fatto la sua figura anche alla Casa Bianca di Richard Nixon (1913-1994), un presidente autocrate che pretendeva dai suoi collaboratori un precisa dote anatomica e caratteriale: il possesso di palle di ottone. Tramontata la Triade torinese, solo un indirizzo avrebbe impedito a Cassano la ripresa dei colpi di testa fuori dal campo già sciorinati a Bari e a Roma, a Madrid e a Genova. Quell’indirizzo aveva il numero della Casa del Diavolo, cioè della magione pallonara del Cavalier Silvio.

Ora il destino si è compiuto. Qui, nell’undici berlusconiano, si parrà la nobilitate cassaniana. Qui non ci saranno alibi, non foss’altro perché tra i neocompagni di Antonio sfileranno Rino Gattuso (uno che se lo incontri di notte in una strada al buio di sicuro non ti ricorda l’arcangelo Gabriele) e Zlatan Ibrahimovic (uno che se gli pesti un piede ti rovescia sùbito un armadio addosso). Eppoi. Eppoi c’è la Società.

Vite parallele: atto primo. La squadra milanista è la versione sportiva di Forza Italia o del Pdl: comanda uno solo, lui, il Fondatore. Chi sgarra, come Gianfranco Fini, è pregato di accomodarsi. Persino un signore come il brasiliano Leonardo, intelligente ed elegante, aplomb più berlusconiano del ministro Frattini, e come tale geneticamente nelle grazie del Padrone, ha ricevuto la più imprevedibile lettera di licenziamento non appena si è messo in testa di contare più del Numero Uno. Figurarsi cosa capiterebbe a Cassano se dovesse ripetere, fosse pure a un Numero Due come Adriano Galliani, ciò che ha rovesciato in faccia contro il placido Riccardo Garrone, patron della Samp. Ma siccome don Antonio da Bari sa il fatto suo, e sa che si può scherzare sui fanti, ma non sui santi, si guarderà bene dall’irritare, nemmeno con uno scherzo da carnevale, il paludato ambiente rossonero. Altrimenti, non ci sarà una prova d’appello. Comunque - a parer nostro - Cassano, nella dimora calcistica di Re Silvio, sarà più filogovernativo di Giorgio Stracquadanio, più docile di Sandro Bondi, più inappuntabile di Gianni Letta.

Vite parallele: atto secondo. Se il Milan somiglia al Pdl, l’Inter è la versione pallonara del Pd. Nel centrosinistra non si capisce chi comanda, per ciò si va alla ricerca di un Leader in grado di spaventare il Leaderissimo di Arcore. Oddio. Fino a pochi mesi addietro, c’era chi dettava legge nella società campione d’Italia, campione d’Europa e campione del mondo. Ma quei pirati del Real Madrid lo hanno conquistato con vagonate di euro. Ma, essendo una società federalistica e femmina - direbbe la buonanima di Gianni Brera (1919-1992) - l’Inter ha bisogno come il pane di un boss alla Colleoni. E l’unico personaggio in circolazione dotato degli attributi di quel condottiero prerinascimentale si chiama Mourinho, Josè Mourinho. Al confronto, gli altri aspiranti all’eredità di Rafa Benitez, da Capello a Spalletti, appaiono più indulgenti di Walter Veltroni. Infatti, nel biennio di Mou, persino un tipo loquace alla Moratti taceva più di Enrico Cuccia (1907-2000). Il che è tutto dire.

Allora. Chi arriverà per primo, tra il Pd e Moratti, all’ingaggio del vir mourinhianus dotato di carisma e virtù ormonali da vendere? Bah. L’Inter sa dove bussare: allo stadio Bernabeu di Madrid. Il Pd, invece, sta ancora decidendo fra un trainer pacioso alla Benitez e un idealtipo cazzuto alla Special One. Buona fortuna.


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