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La strategia dell'attenzione nei confronti di Casini

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E adesso? Anche in politica le facce sono più espressive delle dichiarazioni. E ieri il volto di Gianfranco Fini sembrava reduce da un funerale. Viceversa, l’immagine di Silvio Berlusconi esprimeva la soddisfazione doppia di chi ha conquistato lo scudetto con un gol all’ultimo minuto. Il presidente della Consiglio ha vinto la resa dei conti forse più insidiosa della sua carriera. Il presidente della Camera ha perso la partita, sbagliando previsioni e valutazioni sui suoi fedelissimi, col rischio di vedere sfumata anche la leadership dell’anti - berlusconismo di centrodestra. Quasi sicuramente ha ragione il leghista Roberto Calderoli: il governo mangerà il panettone a Natale, ma non mangerà la colomba a Pasqua perché nel frattempo saranno indette le elezioni anticipate. 

Ma non è questo il punto. Il Cavaliere non voleva essere sfiduciato per una montagna di motivi: la voglia di farcela sempre; il timore di lasciare definitivamente Palazzo Chigi; la paura di darla vinta al suo più acerrimo nemico (Fini); l’angoscia di perdere lo status di uomo vincente; l’incubo dei processi da affrontare; il fantasma di un governo tecnico; la difficoltà di dover ingaggiare una campagna elettorale senza il prestigio della più alta carica governativa. 

Insomma. Al presidente del Consiglio premeva solo una cosa: vincere in aula, fosse pure di mezzo voto. E’ andata quasi così, grazie anche alle defezioni in campo finiano e all’impreparazione del centrosinistra, che in questi mesi non è riuscito a organizzare un’alternativa di governo a Berlusconi sulla falsariga di quanto accade nei Paesi dove vige l’istituto della mozione di sfiducia costruttiva: colà si va all’attacco del governo in carica quando si è in grado di presentare una coalizione pronta a subentrargli nella gestione della cosa pubbl ica. Berlusconi, ora, può tirare il fiato, anche se i problemi della nazione - come testimonia la sconvolgente guerriglia scatenata ieri in pieno centro a Roma da studenti e black bloc - sono così gravi da mettere in pericolo la sopravvivenza del tessuto sociale, più che la tenuta del quadro politico. 

La crisi economica non induce all’ottimismo. Per fortuna nel 2010 non si intravvedono le tossine ideologiche che terrorizzavano gli anni Settanta-Ottanta, ma non si può mai sapere. Ci vuole poco per riaccendere focolai ribellistici e insurrezionali: è sufficiente soffiare sulla depressione economica e il patatrac è fatto. Si parte dalla scuola per arrivare chissà dove. Berlusconi può tirare il fiato perché nei prossimi giorni incontrerà i suoi colleghi europei senza l’handicap di un governo dimissionario. Può tirare il fiato perché adesso proverà ad allargare la maggioranza, senza l’assillo delle bordate finiane. Può tirare il fiato perché in caso di voto anticipato toccherà sempre a lui guidare l’esecutivo dalla postazione di Palazzo Chigi (scenario impensabile in caso di sfiducia parlamentare). Può tirare il fiato perché, anche se l’11 gennaio la Corte Costituzionale dovesse bocciare la legge che impedisce le indagini giudiziarie sulle cariche più alte dello Stato, il rango di primo ministro gli offre «oggettivamente» uno scudo che non gli potrebbe più essere garantito dal ritorno nei ranghi di parlamentare semplice. Inutile dire che, in cima ai suoi programmi, Berlusconi collocherà l’Udc di Pierferdinando Casini. 

Finora Casini ha resistito al corteggiamento del Cavaliere, a sua volta frenato dalla pregiudiziale anti-centrista di Umberto Bossi. Ma, adesso la narrazione potrebbe contemplare un nuovo capitolo: una manovra seduttiva in direzione dell’Udc al cui confronto gli argomenti e le moine che portarono l’armatore greco Aristotele Onassis (1906-1975) a siglare il matrimonio del secolo con l’ex first-ady americana Jacqueline Kennedy (1929- 1994) apparirebbero come iniziative da vitelloni sfigati. Berlusconi farà il matto per scardinare la resistenza di Casini. E non è detto che non ci riesca, anche se il leader centrista finora ha resistito al suo pressing con la determinazione della Lucia manzoniana.

Il Cavaliere stavolta potrebbe sperare di fare breccia nel campo di Pier per due ragioni: primo, perché la Lega sembra meno ostile di ieri ad allargare la maggioranza (vedi i messaggi in codice da parte di Maroni e Reguzzoni); secondo, perché Berlusconi potrebbe concedere a Casini ciò che non volle concedergli tre anni addietro, vale a dire la possibilità di sottoscrivere un’al - leanza senza l’obbligo di confluire nel mega-partito nato dalla fusione tra Forza Italia e An. E’ vero che il premier pensa a una nuova formazione comprendente anche all’Udc, ma è altrettanto vero che difficilmente Casini potrebbe dirgli di sì, anche se in cambio dovesse ottenere la designazione a erede ufficiale del Cavaliere. Molto più realisticamente l’eventuale ritrovata collaborazione tra Berlusconi e Casini si potrebbe fondare soltanto sulla prospettiva dell’apparentamento politico ed elettorale tra Pdl e Udc. Il che, obiettivamente, non sarebbe poco per Silvio e non sarebbe molto per Pier. Il primo ricreerebbe le condizioni preelettorali del 1994. Il secondo ne approfitterebbe per sganciarsi da un Terzo Polo che in realtà non ha mai amato e per riavvicinarsi all’area di governo conservando un’autonomia e un’identità che in passato aveva difeso con i denti ora dalle lusinghe ora dagli ultimatum berlusconiani. Provvederebbe poi la criticità della situazione economica a trasformare in un «atto di responsabilità» il ri-apparentamento dell’Udc nel centrodestra. Finale. E’ ricominciata la strategia dell’attenzione di Berlusconi verso Casini. 

Avrà successo? Bossi, per ora, lascia fare. Ma al primo ostacolo per il governo la Lega s’incaricherà di aprire la crisi per correre alle urne. «Tanto - dirà Umberto a Silvio - a Palazzo Chigi resterai ancora tu».

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