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Fazio & Saviano show: la tv sobria va in paradiso

di Oscar Iarussi
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Vieni via con me di Fabio Fazio e Roberto Saviano si avvia alla conclusione di lunedì prossimo forte di un ulteriore record. L’altra sera l’hanno visto circa dieci milioni di spettatori (31,60 per cento di share), con un picco di undici milioni per l’irresistibile elenco di Corrado Guzzanti (bravissimo). È un successo clamoroso per Raitre che ha acconsentito alla richiesta di Fazio di prolungare fino alla mezzanotte la puntata conclusiva del 29 novembre. Sempre che qualcuno non stia pensando a bissare il ciclo. Come dire? «Vado via» o «Resto qui» per altre quattro puntate.
La messe di polemiche politiche suscitate dal programma (la criminalità del Sud e la Lega Nord, Fini, Bersani, Maroni...) ne ha oscurato le qualità propriamente televisive e lo stile «teatrale» che segna senza dubbio un’innovazione nel video-panorama degli ultimi anni. La stessa idea base degli elenchi ha fatto molto discutere, ma non è certo originale, mutuata qual è da film o libri di Woody Allen, Nick Hornby, Sandro Veronesi, e dalla rubrica sulle «cose per cui vale la pena vivere» del settimanale satirico «Cuore». Mentre erano inediti, diremmo, l’essenzialità scenografica firmata da Francesca Montinaro, l’affiorare alla ribalta d’un protagonista alla volta, e la presenza davanti ai microfoni di tre personaggi al massimo in un palcoscenico libero da qualsiasi ingombro. Assente il bric à brac dei varietà e dei talk show (finora) in auge, persino di quelli «de sinistra» come l’affollato Annozero di Santoro con la sua scena fra il panottico e il circense.
Dal canto loro, Fazio e Saviano si muovono lentamente, avvicinandosi l’uno verso l‘altro o all’ospite di turno, con una cautela quasi rituale, che -  scrive con acume Carlo Freccero sull’«Espresso» - segnala al pubblico domestico lo svolgimento di «una cerimonia» mediatica. Perciò, signore e signori, è vietato distrarsi! O almeno, al pari della messa, è concesso distrarsi, ma è difficile andarsene, cambiare canale. Le inquadrature del regista Duccio Forzano mostrano gli «officianti» in figura intera o in «piano americano» (dalle ginocchia in su) e, più frequentemente, in primo piano. Riprese canoniche e laconiche, talvolta laterali, di tanto in tanto alternate da un «totale» del pubblico inquadrato dall’alto e di spalle, anonimamente, senza isolare volti commossi o allegri, laddove le reazioni dello studio Tv sono affidate al sonoro.
Lunedì scorso - ad esempio - si è delegata a una reazione «fuori campo» la chiosa più autentica, di là dalle parole beneducate di Fazio, all’intervento del ministro dell’Interno Roberto Maroni. Questi, dopo la seconda puntata, aveva reclamato un faccia a faccia con Saviano e ottenuto invece «solo» una partecipazione come autore/lettore di un suo elenco. Perché ha ragione il sociologo Ilvo Diamanti: Vieni via con me piega la politica allo spettacolo e perfeziona la mutazione dei leader in personaggi duttili pur di apparire (è l’ennesima declinazione del populismo televisivo). Ebbene, Maroni era lì per replicare a Saviano e affermare che la Lega «non interloquisce» affatto con la ‘ndrangheta, anzi. Lo ha detto. Poco dopo, Saviano nel corso di un monologo/apologo su un coraggioso prete bresciano in Calabria ha indugiato e ripetuto il verbo «interloquire». Il pubblico è esploso in un applauso: Maroni di fatto era già stato contraddetto. E questo non ci è piaciuto.
Come, d’altronde, possono non piacere la perenne «invenzione della nostalgia» di Fazio (per dirla col titolo di un saggio di Emiliano Morreale, Donzelli ed.), ovvero la sua vena edulcorante, alla De Amicis. «Fabio dei languori» lo ha definito Mariarosa Mancuso su «Il Foglio», parafrasando Carducci e scusandosi con lo scrittore di Cuore per la storica denigrazione di cui è stato fatto bersaglio. E non parliamo di quanto Saviano possa dividere gli animi, da ultimo Nichi Vendola e Beppe Grillo. Il comico genovese, infatti, ha accusato l’autore di Gomorra di arricchire Berlusconi (il premier è tra i proprietari della «Endemol» che produce Vieni via con me). Il governatore pugliese ha ribattuto che così si fomenta «una deriva integralista» degna di Savonarola.
Tuttavia le preziose novità del programma sono altre: appunto, la sua efficace sobrietà, il lavoro «a sottrarre» (come dicono gli attori), la consapevolezza dell’horror pleni di cui parla il grande studioso centenario Gillo Dorfles, cioè l’orrore del troppo pieno (il libro è edito da Castelvecchi). Less is more, il meno è più. Chiunque l’abbia coniata, tale  definizione allude al desiderio di un mondo più semplice, meno arzigogolato e meno «barocco» del nostro. Un’aspirazione diffusa, nonché una tendenza carsica che riprende a palesarsi dopo un trentennio di lustrini, amorazzi, risse, grandifratelli e compagnia brutta in Tv. Devono averci riflettuto gli autori del programma, tra cui figurano, con Saviano, altri due scrittori di vaglia, Francesco Piccolo e Michele Serra (in redazione anche la barese Serafina Ormas). Il successo di Vieni via con me, persino a dispetto dei suoi conduttori non proprio... less, magari segnala - magari - un cambio di stagione che inevitabilmente sarà  politico. Fossimo nei politici non sottovaluteremmo il segnale.

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