Giovedì 21 Marzo 2019 | 03:08

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30 anni fa il terremoto: in Basilicata e Puglia fu come la fine del mondo

di Carmela Formicola
di CARMELA FORMICOLA

La memoria ha l'odore di carta antica e il rumore frusciante di queste pagine che sfogliamo in cerca della nostra paura sopita. Trent'anni dopo, i ricordi sono un fuoco. La galleria delle celebrazioni e degli anniversari ci consegna stavolta le scure emozioni della perdita, dello smarrimento, della solitudine. Ecco perché abbiamo deciso di sfogliare con i nostri lettori le pagine datate 1980. Abbiamo tirato via dai nostri archivi le collezioni dei giornali dell'epoca, quando con i nostri inviati, con i nostri fotografi, con la nostra capacità di commuoverci e di raccontare, spiegammo all'Italia in quale abisso fosse sprofondato un pezzo di Mezzogiorno. L'abisso della morte e della distruzione. L'abisso di chi è senza futuro. Giorni senza respiro, perché il respiro te lo toglieva lo scenario di macerie che all'improvviso, come un tuono, come una frustata, s'era impossessato dell'ordinario, rassicurante paesaggio quotidiano. 

La memoria ha il colore ingiallito delle foto-documento o il bianconero di certe immagini di lutto. Perché anche le fotografie, da sole, senza le parole, senza didascalie di commento, sono la narrazione di quell'infinito novembre 1980. I volti increduli, i palazzi vuoti, le piazze deserte, il silenzio e il frastuono insieme. E le lacrime, il disagio, i soccorsi, gli aiuti. E ancora le tendopoli e le baracche. E il freddo di neve che sopraggiunse dopo i giorni caldi che annunciarono la sciagura. Il freddo, come un morso, che gelò la gente della Basilicata e quella dell'Irpinia. E il gelo dell'anima, con le bare che cominciarono a sfilare e la vita che deviò il suo corso. 

«Apocalisse al Sud». È uno dei nostri titoli sulle pagine del giorno dopo, quando la foschia cominciava a diradarsi, con la polvere dei crolli e l'annebbiamento collettivo, e il crudo realismo s'offriva prepotente in tutta la sua desolante tristezza. Come tornare a respirare? Come tornare alla normalità? Come tornare a sperare? E oggi, dopo 30 anni, dopo aver sgranato come un rosario, anno dopo anno, le commemorazioni e la retorica, le promesse e le disillusioni, tracciare bilanci offre ancora colori controversi. Come il bianconero di quelle fotografie. Perché il terremoto del 1980 è stato una ferita e un saccheggio, non un'occasione. «Apocalisse al Sud», titolò la Gazzetta tra cronaca e profezia perché in quel momento il racconto era dedicato alle scene bibliche del disastro (le case diroccate, le strade transennate, le donne e gli uomini prima in fuga poi in esilio con pochi oggetti simbolici), in seguito il racconto s’è fatto duro e ancor più amaro a causa di una lenta, lentissima ripresa. A causa degli annunci e dei sogni infranti. E poi delle inchieste giudiziarie. E poi delle grandi incompiute, delle cattedrali nel deserto, dell’oceano di denaro pubblico finito chissà dove. T rent’anni, dunque, tutto questo accadeva trent’anni fa. Un altro secolo, un altro mondo.

Tutto è cambiato. «Addio, addio... col vento e il tempo tutto vola via» canta struggente Paolo Conte. Per molti lucani quella terra che il 23 novembre di 30 anni fa si mise a tremare senza misericordia, non c’è più. Svanita. Qualcuno non è mai più tornato a casa, condannato prima a roulotte e baracche, poi a palazzoni nuovi di zecca costruiti in serie laddove era solo campagna. Qualcuno ha perso la memoria dell’orizzonte, lentamente, impietosamente segnato da cementificazione selvaggia e industrializzazione inutile. Qualcuno ha smarrito l’appartenenza urbana, qualcun altro è andato via dalla Basilicata in cerca di fortune migliori. 

«Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia». Lo dice Euripide. Così oggi sfogliare le pagine pescate dal nostro archivio regala il senso della strada percorsa, a dispetto di tutto, degli annunci e delle speculazioni, regala l’esperienza della solidarietà, che pure forte ha marcato quella stagione, e la straordinaria capacità di tornare alla normalità. Comunque.

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