Martedì 26 Marzo 2019 | 23:09

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Legge elettorale ma attenti al partito della spesa pubblica

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
L’inatteso flop di Fernando Alonso nel Gran Premio più importante della stagione ha rovinato la domemica ai milioni di italiani che tifano per la Nazionale Rossa. Ma una delusione ancora più cocente potrebbe arrivare dalla possibile vendita, da parte della Fiat, di quote importanti dell’Alfa Romeo e della stessa Ferrari. Oddio, nell’età della globalizzazione, gli steccati non hanno senso. Prevale il cosiddetto modello Wimbledon (gli inglesi ospitano il più prestigioso torneo di tennis al mondo, ma da decenni non mettono in campo un giocatore britannico vincente). Ma pensare che due fra i marchi più strepitosi del globo possano finire sotto il controllo di padroni stranieri rimane una prospettiva tutt’altro che allettante per l’intero orgoglio nazionale.

La verità è che il Paese è fermo, che nemmeno Massimo Moratti ha i soldi a sufficienza per rifare l’Inter, e che lo stesso Silvio Berlusconi imprenditore deve fare i salti mortali per portare Zlatan Ibrahimovic nella formazione rossonera. Giulio Tremonti è riuscito a impedire che l’Italia s’incamminasse sulla scia della Grecia, ma la sua resistenza contro il partito unico della spesa pubblica è destinata a non durare in eterno, per la semplice ragione che sono infinite le insidie e le vocazioni di chi concepisce - paventava Aldo Moro (1916-1978) - il primato della politica come mediazione oliata dal pubblico denaro.

In Italia infuria lo scontro sul governo Berlusconi. Il Cavaliere non vuole cedere di un millimetro. Gli anti-berlusconiani non vedono l’ora che il premier tolga il disturbo. Ma la madre di tutte le battaglie potrebbe svolgersi sulla riforma elettorale, priorità quasi esclusiva di un ipotetico esecutivo di responsabilità nazionale.

Premesso che le attuali regole elettorali sono più indifendibili degli strateghi della Ferrari a Dubai, bisogna poi aggiungere che le riforme elettorali non sono tutte uguali, non soltanto per le ricadute politiche, ma anche o soprattutto per gli effetti sull’economia. Ad esempio: un sistema elettorale fondato su proporzionale e voto di preferenza non aiuta il rigore finanziario dei conti pubblici. Esiste una letteratura sterminata in tal senso. Del resto, i Paesi afflitti da una frammentazione partitica e dalla caccia compulsiva al voto personale sono afflitti anche da bilanci dissestati, perché la ricerca ossessiva del consenso si traduce quasi sempre in democrazia acquisitiva, anziché in democrazia propositiva.

Allora. Il Porcellum, vale a dire il modello elettorale basato sulle liste dei «nominati» dai capipartito, va cambiato di corsa. Ma va cambiato alla radice, non già modificato solo con l’introduzione del voto di preferenza e l’abolizione del premio di maggioranza. Se, invece, si optasse per la soluzione del rattoppo (sì alle preferenze, no al bonus di maggioranza), per le finanze pubbliche si profilerebbero tempi assai più incerti.

Il voto di preferenza è il principale alleato di quei gruppi di pressione e clan malavitosi che vivono per mettere le mani sui soldi pubblici. Si appoggiano nell’urna i candidati più spregiudicati con il tacito accordo che l’eletto si disobbligherà a colpi di commesse e prebende pubbliche. Logico che i conti dello Stato, delle Regioni e di tutti gli altri enti voleranno come un missile, con buona pace dei propositi di buongoverno e di una tassazione sostenibile. La soppressione del premio di maggioranza, invece, renderebbe le coalizioni di governo più instabili di una canna corteggiata dal vento, incidendo vieppiù sulla tenuta della finanza statale. Già ora, con il premio di maggioranza incorporato, il Porcellum non garantisce stabilità e governabilità. Figuriamoci in futuro, quando e se al Porcellum verrà sottratto il pilastro portante della tenuta degli schieramenti. Si profilerà il ritorno agli anni della Prima Repubblica, quando i governi duravano non più di dieci mesi (con verifiche e agonie comprese) e i ministri in carica pensavano più a sopravvivere tra le imboscate di avversari e rivali che a programmare un’agenda di iniziative operose. Logico che, in uno scenario similfatto, i tentativi di evitare una tragedia greca potrebbero rivelarsi più improbabili di un gol da 70 metri.

Non ci sono sistemi elettorali perfetti. Tutte le formule presentano più controindicazioni di una cura al cortisone. Sul mercato delle regole elettorali ci sono solo modelli meno controproducenti degli altri, ad esempio quelli in vigore in Francia, Inghilterra e Germania. Ma colà - bisogna ricordarlo - il funzionamento è garantito innanzitutto da un ordinamento costituzionale - oltre che elettorale - favorevole all’alternanza di coalizioni contrapposte. Insomma, in Italia ci sono le condizioni perché anche il post-Porcellum provochi più docce fredde che calde. Si potrebbe almeno limitare i danni, evitando di approvare una legge elettorale suscettibile di scatenare gli appetiti del Pusp (Partito unico della spesa pubblica), l’unica formazione che in più di mezzo secolo non è mai stata all’opposizione. Se così non sarà, prepariamoci a fare compagnia a Grecia, Portogallo e Irlanda nella reputazione di inaffidabilità da parte dei mercati, cioè di chi vota ogni giorno. 
Giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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