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Un colpo al Berlusconismo due colpi al Bipolarismo

di Giuseppe De Tomaso
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Ufficialmente non è ancora crisi. Nei fatti, la crisi è già aperta. Silvio Berlusconi farà in modo che sia Gianfranco Fini a farsi trovare con la «pistola fumante» puntata contro il governo. Fini addebiterà la colpa al presidente del Consiglio e a un bilancio dell’attività di governo, che, a parere del leader di Futuro e Libertà, risulta assai deludente. Poi il boccino della crisi passerà nelle mani del presidente della Repubblica. Due i possibili scenari: elezioni anticipate o governo tecnico. Quasi tutti hanno paura del ricorso alle urne, forse lo stesso Berlusconi. Il che potrebbe favorire una soluzione Tremonti o Draghi. Staremo a vedere. Sta di fatto che ieri è nato, formalmente, l’anti-berlusconismo di destra anche se, a esaminare in dettaglio il Manifesto e il discorso di Fini, riesce difficile ritrovare il bagaglio ideologico-lessicale della destra tradizionale.
Non si contano gli elementi di contaminazione, a cominciare anche dai nomi citati, espressioni di storie, tradizioni assai distanti dal Pantheon del Msi prima e di Alleanza Nazionale poi.

Che neppure Padre Pio sarebbe riuscito a compiere il miracolo della riappacificazione tra Berlusconi e Fini, lo si è capito quando la loro rivalità da politica si è trasformata in contrapposizione personale. Se la loro rivalità non avesse oltrepassato i confini della politica, prima o poi un compromesso si sarebbe abbozzato. Del resto, il calendario avrebbe potuto agevolare l’intesa. Tipo: Berlusconi al Quirinale, Fini a Palazzo Chigi. Invece, nulla. Lo scontro tra i due appare sempre più irrecuperabile, il che conferma una sensazione emersa già da tempo, e cioè che la rottura personale ha travolto persino i calcoli di carriera, che spesso in politica producono più colpi di scena della vicenda di Avetrana.

Fini non vuole un nuovo governo Berlusconi. Fini vuole che il Cavaliere si faccia da parte. Definitivamente. Solo così il centrodestra, a giudizio del presidente della Camera, potrebbe riprendere la sua corsa, sulla base di nuovi punti fermi e di nuove alleanze: il ridimensionamento della Lega, l’apertura al centro di Pierferdinando Casini e degli altri partiti qui posizionati. Ovvio che il disegno di Fini ha bisogno di tempo per essere sperimentato. Ovvio che Berlusconi venderà cara la pelle, anche se fosse costretto a rinunciare al suo sogno primordiale: far coincidere la durata di un governo con la durata di una legislatura. Un traguardo mai raggiunto da nessuno, nemmeno nel quinquennio 2001-2006, quando il Cavaliere, per una volta, dovette salire sul Colle per rassegnare le dimissioni.

Se è perlomeno azzardato intonare il De profundis sul berlusconismo, visto che il Sultano ha abituato gli italiani a rimonte, a recuperi imprevedibili, che neanche il Milan di Sacchi è mai riuscito realizzare, assai più realistico è avanzare dubbi sulla sorte del bipolarismo all’italiana, che pure si è fondato, dal 1994, su un lungo estenuante referendum Berlusconi sì-Berlusconi no. Ecco. Il bipolarismo non ha mai vissuto momenti così critici. Ora è aggrappato alla legge elettorale, ma se un ipotetico governo tecnico dovesse modificare le regole del gioco, la vittima designata sarebbe il sistema bipolare, che non piace proprio a Fini, il beneficiario forse più illustre e inatteso della cornice bipolare scaturita dalla rivoluzione referendaria promossa da Mariotto Segni poco meno di venti anni or sono. E’ vero che, sul piano formale, fu Berlusconi a sdoganare Fini, confinato ancora nel polo escluso chiamato Msi. Ma bisogna riconoscere che sul piano sostanziale fu il modello bipolare a rimettere in gioco quella destra, che da quel giorno approdò al polo incluso. Infatti, nel modello bipolare sono pressoché inconcepibili «archi costituzionali» o «conventio ad excludendum»: anche le forze più radicali prima o poi vengono calamitate dalle coalizioni di governo. Il che accadde anche al Msi del pupillo di Giorgio Almirante (1914-1988).

Logico che, in un paesaggio politico profondamente mutato, i futuristi di Fini guarderanno a Casini più che alla triade Berlusconi-Bossi-Tremonti (non a caso i più criticati nell’intervento di ieri in Umbria). Logico che, anche nella prospettiva della riforma federalistica, sarà innanzitutto la Lega il bersaglio su cui concentrerà i suoi strali la formazione finiana. La qual cosa potrebbe ridefinire, anche geograficamente, i contorni dei nuovi schieramenti: Fini e neoalleati intenti a fare proseliti essenzialmente al Sud; Bossi e Tremonti impegnati a irrobustirsi vieppiù a Nord. Della serie: Polo Nord berlusconiano e Polo Sud anti-berlusconiano.

Certo, in politica l’inatteso, spesso e volentieri, sbeffeggia l’inevitabile, non foss’altro perché le variabili indipendenti sono più numerose delle persone stipate a mezzogiorno in un metrò. L’unico evento su cui solo un kamikaze potrebbe scommettere un euro è una ritrovata armonia Berlusconi-Fini. Neppure un redivivo ministro dell’Armonia forse oggi sarebbe capace di rimetterli assieme dietro un tavolo.

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