Sabato 23 Marzo 2019 | 18:01

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Gli Stati Uniti d’America avranno la grazia di un elefante quando si occupano delle vicende altrui. Ma anche gli italiani non scherzano. Non sono pochi, a Roma, quelli che si considerano maestri di scienza politica nei confronti di quegli analfabeti a stelle e strisce. Specie nei salotti intellettuali dilaga il complesso di superiorità sulla nazione più sviluppata del pianeta. Tranne poche eccezioni, nello Stivale i politici d’Oltreoceano vengono considerati più modesti e dozzinali di un cavernicolo asiatico. Tutt’altra musica, invece, secondo i sopracciò, si ascolterebbe nella raffinata Europa e nell’avanzata Italia di Niccolò Machiavelli (1469-1527).

Le elezioni di mezzo, svoltesi pochi giorni addietro negli States, hanno assestato un altro colpo alla credibilità di quanti in Italia giudicano con prosopopea, alterità e degnazione gli eventi politici che si verificano colà. 

La campagna elettorale per il rinnovo parziale delle due Camere e dei governatorati ha fornito l’ennesima conferma che negli Usa non si vota solo per una faccia, ma anche o soprattutto per un programma o per un progetto. 

Il presidente Barack Obama si è presentato agli elettori con un pacchetto di provvedimenti teso a rafforzare lo Stato sociale, soprattutto in campo sanitario. Il partito repubblicano gli ha contrapposto una linea divergente pressoché su tutto, mentre la novità dei Tea Party, una sorta di ribellione fiscale costituzionalizzata, ha riproposto sul tavolo l’idea dello Stato minimo, che lascia fare quasi tutto ai cittadini e agli imprenditori. Per settimane, in America, si è discusso quasi esclusivamente di servizi sociali e imposte, di ospedali e ambiente. Alla fine, nelle urne, ha prevalso l’opposizione repubblicana, che ha indotto Obama ad ammettere la sua responsabilità nella sconfitta.


Quant’è distante la piccola Italia dal gigante americano. In Italia i programmi sono un optional, come i fari anti-nebbia delle auto. Da parecchi lustri vige il bipolarismo, ma sovente non si comprendono le differenze programmatiche tra i due schieramenti. Eppoi. La battaglia per il primato, all’interno di ogni partito, infuria su temi secondari, per non dire eccentrici: a cominciare dall’età dei concorrenti per finire agli appoggi da parte dei Poteri Forti che contano. 

Raramente si assiste a un contrasto su problemi che interessano il quotidiano dell’opinione pubblica.

In America quasi tutti hanno colto le difformità di vedute tra gli ambienti anti-tasse e i settori più sensibili alla spesa sociale. Quasi tutti hanno percepito le diversità all’interno dei due principali partiti. In Italia, invece, si sa e si capisce quasi nulla. Nel centrodestra è in atto uno scontro per la leadership: ma quali sono le posizioni dettagliate di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini sulla materia fiscale? Tutti e due si dicono sostenitori di una riduzione impositiva: ma dove, come e quando tagliare? Idem nel centrosinistra, dove il gruppo dei «rottamatori» punta a mandere presto in pensione l’attuale nomenklatura. In concreto su cosa si distanzierebbero il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi? Non si sa.


Oggi Fini dovrà spiegare cosa intende fare nei prossimi mesi, anzi nei prossimi anni. Davanti a sé ha tre strade: riabbracciare il Sultano, puntare a logorarlo, spezzare anche l’ultimo filo che lo lega a lui. Anche Fini, come disse il capo sovietico Nikita Kruscev (1894-1971) all’incredulo premier dc Amintore Fanfani (1908-1999), ha i suoi dorotei, coloro cioè che preferirebbero farsi bruciare un braccio pur di non abbandonare l’area di governo. Ma non è tanto questo il punto. Tra Berlusconi e Fini l’incompatibilità è umana e caratteriale, più che politica. Il presidente della Camera ha battezzato l’antiberlusconismo di destra, ma - se si esclude l’insofferenza per lo strapotere di Silviuccio nostro - non si capisce quali siano le differenze concrete tra Pdl e Fli su questioni essenziali come l’economia, la politica estera, la difesa, la sicurezza. 

Certo, Berlusconi e Fini non ragionano con gli stessi termini sulla riforma della giustizia, ma di solito è il portafogli pubblico e privato a fissare i confini programmatici dentro e tra i partiti.


Il tam tam della vigilia propende per una soluzione mediana da parte di Fini: i futuristi passerebbero dall’impegno diretto all’appoggio esterno al governo. Una sorta di precrisi, che - a detta dei retroscenisti - potrebbe sfociare o nel voto anticipato o in un governo tecnico a guida Tremonti o Draghi. Chissà. In ogni caso sarebbe auspicabile capire su quali proposte e provvedimenti concreti si fondano tutte le nuove iniziative politiche. Invece, in Italia regna la tattica. Anzi, il tatticismo. Si fa una cosa solo se conviene, non se è utile o giusta. Succede anche altrove, ma altrove non è la regola.

Il modello americano viene imitato solo nei risvolti meno commendevoli. E pensare che, dal Paese di Bill Gates, è rispuntato il tema classico della lotta politica: la disamina, culturale prima che politica, del ruolo dello Stato e dei cittadini nella creazione e nella distribuzione della ricchezza. Questioni, evidentemente, troppo risibili e miserevoli per meritare l’attenzione delle raffinate avanguardie delle classi dirigenti che litigano e urlano su tutto nei salotti della tv.


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