Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:59

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E' il cavaliere l’avversario più temibile del premier

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Incredibile. Il più temibile avversario di Silvio Berlusconi non è Pier Luigi Bersani. E neppure Antonio Di Pietro o Michele Santoro. No. Il più insidioso nemico di SB si chiama Berlusconi Silvio, che, a volte, si muove Palazzo Chigi come se si trovasse a Porto Rotondo e viceversa.

Oddio. La forza, anzi il segreto, del Cavaliere rimane quella di non aver cambiato pelle dopo la mutazione da imprenditore di grido in leader politico di successo. Il che, per molti versi, è un pregio. Ma la politica da sempre è sorretta da leggi non scritte, tramandate per avvalorarne il mito e la sacralità. Certo, la politica resta da secoli la palestra più frequentata dall’ipocrisia, in ossequio al principio «vizi privati, pubbliche virtù» - sosteneva il presidente americano Richard Nixon (1913-1994) che mentire fa parte del mestiere politico -, ma tuttora, nel pianeta, non si hanno notizie di correzioni di rotta. 

E neppure di cambi di passo rispetto a una tradizione vecchia quanto il genere umano. Dappertutto, la linea guida dei prìncipi è di sembrare irreprensibili, più ancora che essere impeccabili.

Ora. Se persino Fedele Confalonieri, l’amico più sincero del presidente del Consiglio, ha avvertito la necessità di invitare l’inquilino di Palazzo Chigi ad imitare lo scatto travolgente di Diego Armando Maradona che valse all’Argentina la conquista del titolo mondiale, pena - sottinteso - il rischio di perdere la guida del Paese, vuol dire che Re Silvio sta rischiando, davvero grosso, un autogol alla Niccolai. Il che, per un uomo che ha fatto del virilismo vittorioso la sua ragione di vita in tutti i campi in cui si è cimentato, sarebbe una pena da contrappasso dantesco.

Diceva lo scrittore Curzio Malaparte (1898-1957) che il vessillo dei maschi italiani non è il tricolore, bensì il loro organo sessuale. Probabilmente, Berlusconi, che non ha mai fatto mistero della sua vitalità erotica, ha preso alla lettera la frase di Malaparte più di quanto abbia fatto nel passato un Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e nel presente un pornodivo come Rocco Siffredi. La qual cosa, in una nazione unificata da tre sottanieri del calibro di Vittorio Emanuele II (1820-1878), Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882), suscita in larga parte della popolazione un malcelato sentimento di invidia e, sotto sotto, anche di ammirazione.

Ma i problemi sorgono quando, paradossalmente, si rovescia la piramide delle ricadute mediatiche. Un conto è se una vita pubblica effervescente prevale su una vita privata da instancabile espugnatore di alcove. Un conto è se una vita privata dongiovannesca finisce per oscurare una vita pubblica concepita per governare. E siccome i meccanismi della comunicazione sono micidiali - e il primo a saperlo è proprio il fondatore di Mediaset - la sovrapposizione tra «privato» e «pubblico» può produrre conseguenze beffarde e irrimediabili. Per intenderci: il binomio tra potere e letto è più antico delle Piramidi. Ma nell’immaginario collettivo e nella percezione prodotta dalla politica, il letto è solo un piacevole accessorio, un inevitabile elemento d’arredo del potere. Non può essere l’obiettivo del potere. Invece, nel momento in cui il letto, a torto o a ragione, diventa la vetrina, il biglietto da visita e il traguardo del potere, beh, allora, cominciano i guai seri, anche per i governanti più scafati.

Andiamo al sodo. Se anziché concentrarsi sulle sue vicende giudiziarie, avesse posto in cima alla sua agenda programmatica la riduzione delle tasse e della spesa pubblica, Berlusconi probabilmente avrebbe scatenato proteste e ribellioni, ma di sicuro nessuno gli avrebbe contestato di anteporre gli interessi personali all’interesse generale. Anzi, anche gli avversari, sia pure malvolentieri, gli avrebbero riconosciuto coerenza e fedeltà al pacchetto elettorale. Non solo. Le stesse cronache pruriginose in arrivo dalle lenzuola non avrebbero ottenuto quella straordinaria risonanza che sovente ha oltrepassato anche le frontiere nazionali. E così i vari lodi e scudi giudiziari. Un premier al lavoro soprattutto sull’economia si sarebbe guadagnato un atteggiamento meno ostile, da parte di critici e antagonisti, anche sulle cosiddette leggi ad personam, non foss’altro perché la necessità di migliorare e velocizzare la giustizia prescinde dalla vicende processuali in cui è coinvolto il presidente del Consiglio.

Insomma. L’impressione è che la timidezza del governo nell’affrontare con piglio deciso i problemi reali del Paese abbia, indirettamente, messo vieppiù in risalto le «prodezze» da incallito playboy realizzate dal Cavaliere. Con tutti gli effetti collaterali del caso.

Si dice. John Kennedy (1917-1963) era assai più assatanato di Berlusconi, epperò nessuno ne parlava. Vero. Verissimo. Ma, oltre al fatto che erano altri tempi, va riconosciuto che il presidente Usa faceva notizia su quasi tutti gli altri fronti: dalla politica estera al fisco, dalle leggi di integrazione razziale alla lotta contro il comunismo sovietico. Morale. Era e rimane la politica-politica la più sicura polizza assicurativa contro gli scandali di natura sessuale che, è noto, possono colpire i capi di Stato e di governo assai più spietatamente di dieci kamikaze di Bin Laden. 
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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