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Sergio Marchionne è l’italiano più conteso del pianeta. Lo aveva corteggiato con successo il dottor Umberto Agnelli (1934-2004) che, sul letto di morte, indicò nel manager italo-canadese l’unico guaritore in grado di salvare la Fiat. Lo ha corteggiato con altrettanto successo il presidente americano Barack Obama, per affidargli una Chrysler più moribonda di un malato terminale. Lo corteggiano tuttora industriali e banchieri di mezzo mondo, consapevoli che Marchionne, come Josè Mourinho, non sarà un mostro di simpatia, ma di sicuro sa il fatto suo, proprio come il duce emigrato dall’Inter al Real Madrid. Infatti. Come l’insostituibile Mou, anche il condottiero della Fiat si concede un linguaggio che nessun suo predecessore - nemmeno il Cesare Romiti dei tempi d’oro - aveva mai potuto consentirsi. Segno che il dottor Marchionne è un esempio di contendibilità. E quando un’azienda, un marchio, un settore si trasformano in voci contendibili, si sorvola anche sui loro difetti più antipatici, o sui peccati meno veniali.
Per capirci. La forza di Marchionne risiede nella di lui consapevolezza di avere più mercato del Gruppo che dirige. Il che non si era mai verificato nella storia centenaria della casa torinese. Sì, perché la Fiat aveva assunto dirigenti di altissimo livello, ma nessuno di loro aveva mai potuto vantare un curriculum internazionale e, soprattutto, nessuno - durante gli anni ai vertici della multinazionale piemontese - si era mai trasformato in un soggetto appetibile per il capitalismo d’oltre frontiera.
Sicuro di questo appeal, l’uomo con il maglione blu non chiede né di più né di meno di quanto chiede e ottiene l’allenatore portoghese nei club che lo ingaggiano: poteri pieni, strategia chiara, identità marcata. E tra un capo che agisce alla Marchionne e un capo che agiva alla Romiti passa la stessa differenza che nel mondo arabo passa tra un raìs  (decisore assoluto) e uno zaìm (decisore semi-assoluto).
L’Italia, sia in politica che in azienda, non è abituata alla logica del raìs. Semmai preferisce quella dello zaìm. Di qui, il rapporto controverso delle istituzioni politiche, economiche e sindacali, con Marchionne che, nonostante sia nato in Italia, viene qui percepito come un alieno sbarcato da Marte. Marchionne, a sua volta, non fa nulla per liberarsi di questo abito cucitogli addosso. Anzi, appena può, produce più strappi di un profondo colpo di forbici.
Insomma. Marchionne e il Sistema Italia parlano due linguaggi incompatibili. Il primo si comporta e ragiona come se si trovasse in America. Il secondo, il Sistema, gli ricorda gli innumerevoli aiuti che lo Stato ha destinato alla Fiat per aiutarla a sopravvivere nel mercato. Marchionne vuole decidere da solo. Il Sistema Italia gli ricorda che anche nella virtuosa Germania i sindacati hanno un peso nelle scelte aziendali, non a caso la produzione teutonica poggia sul principio della cogestione. Marchionne non vuole incentivi dal governo. Ma la politica gli ricorda che senza gli incentivi per l’acquisto di nuove vetture, il simbolo dell’industria italiana avrebbe cessato da tempo di esistere. Eppoi. Se Marchionne sottolinea la bassa produttività negli stabilimenti dello Stivale, i sindacati mettono in evidenza le modeste retribuzioni salariali, specie se confrontate con quelle dei concorrenti esteri.
Allora. L’amministratore delegato della Fiat non può far finta di nulla sui benefìci statali ricevuti nel passato, né può limitarsi a rispondere di non aver mai bussato a denari, diversamente da chi lo ha preceduto. Ma a sua discolpa va detto che la globalizzazione impone decisioni e tagli aziendali impensabili fino a pochi anni addietro. Certo, se la Fiat delle vacche grasse, invece di cullarsi con l’illusione che il monopolio sul territorio nazionale sarebbe durato all’infinito, avesse investito su nuovi modelli come se si trovasse in piena competizione col resto del mondo, probabilmente oggi la sua situazione sarebbe decisamente più florida. Ma anche lo Stato ha le sue brave colpe, avendo optato, nei decenni, per una politica industriale fondata sugli aiuti ad aziendam anziché sugli interventi automatici per chi rinnova prodotti e investe nella ricerca tecnologica a oltranza. Risultato: l’intreccio tra oligopolismo (o monopolismo) economico e oligopolismo (o monopolismo) politico ha giovato a pochissimi e nuociuto a tantissimi (soprattutto nel lungo periodo). Ha, in sostanza, manipolato il mercato e ignorato i benefìci della concorrenza tra imprese.
L’attuale conflitto di Marchionne con il resto d’Italia è la naturale conseguenza delle reciproche invasioni di campo tra politica e industria. Oggi, i nodi sono giunti al pettine. La Fiat può porre l’aut aut: o si cambia musica, o lasciamo l’Italia. La politica può fare poco o molto per rintuzzare questi ultimatum: dipende da cosa i governanti hanno in testa. Anche il sindacato può fare poco o molto: dipende da come vorrà affrontare il nodo della produttività.
Un fatto è certo. Marchionne si muove da top manager globale, il che gli consente di alzare continuamente la sfida, da posizioni di forza: o così o arrivederci Italia.

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