Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:14

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Vendola e Bersani, mai così lontani, mai così vicini

di Michele Cozzi
Bersani ha deciso vedere le carte. Il leader del Pd, che a norma dello statuto vigente è il candidato del partito alle primarie, ha compiuto la svolta a cui non poteva sottrarsi: incominciare a percorre con Nichi Vendola, - il leader dell’«altra sinistra» - , competitor accattivante, seducente, uno dei pochi in grado di suscitare passione e risvegliare «dormienti» e «delusi» -, un tratto comune per costruire innanzitutto un pezzo di programma. Per poi vedere, in una seconda fase, la possibile definizione del perimetro della coalizione. Che per Bersani, che ha lanciato in pieno agosto il progetto del «Nuovo Ulivo» - composto dal «primo cerchio» dei partiti di sinistra, dialogante con il «secondo cerchio», cioè Udc e terzo polo - significa non ripercorre la strada della «grande ammucchiata» dell’epoca prodiana - capace di vincere, ma non di governare - ma nemmeno di ritornare al «buco nero» dell’«autosufficienza» veltroniana. Che condusse, con il «voto utile», all’azzeramento della sinistra radicale ma anche alla «periferizzazione» strutturale della sinistra che solo grazie all’implosione del centrodestra tra belusconiani e finiani è ritornata in campo, con la speranza di giocare con qualche chance la partita decisiva. Bersani cammina sul bivio: non riprodurre la «logica del Cln» contro Berlusconi, ma nemmeno gettare alle ortiche il bacino elettorale della sinistra radicale. Il Pd ha compreso che i conti con Vendola - che a luglio voleva «scompaginare» il centrosinistra - è costretto a farli fino in fondo. Sia perchè il leader pugliese governa una delle poche roccaforti del centrosinistra, di cui il Pd è grande parte, sia perché, sondaggi alla mano, - rilevazione Ipsos - l’area della cosiddetta sinistra radicale (Di Pietro, Grillo, Prc-Pdci, Sel) raggiungerebbe il 18%. Un patrimonio di voti di cui il centrosinistra non può assolutamente fare a meno se vuole continuare a coltivare la speranza di decretare, in maniera definitiva, la parola fine sulla stagione del berlus conismo. 

Eppoi, c’è un’altra ragione: Vendola piace al popolo dei democratici e «scorazza» tra una festa e l’altra del Pd per cementare il suo consenso. Il Pd arriva in ritardo al confronto con Vendola. Lo ha ricordato pochi giorni fa Achille Occhetto, il padre della «svolta della Bolognina», che ha accusato il gruppo dirigente del Pd di considerare Vendola come «un fighettone » che gioca con Internet. Memore della lezione pugliese, con un partito spaccato e con gli amici di Vendola in casa, il gruppo dirigente del Pd ha preso atto che l’appunta - mento con le primarie è irrinunciabile. Le abbiamo inventate noi, ripete continuamente Bersani. Giudizio condiviso anche da D’Alema che comunque in passato non nascose le sue perplessità sul «partito dei gazebo». 

Ma il contesto è cambiato. Finora tutte le primarie nazionali - da quelle che avevano consacrato Prodi alle ultime di Bersani - avevano un esito scontato. Servivano a ratificare un risultato già scritto. Questa volta, e per la prima volta, la competizione a sinistra è dall’esito incerto. La scommessa è alta. Il Pd mette in gioco se stesso. Ma non può fare diversamente. Così avvia il confronto a sinistra, con il più «pericoloso» concor rente. Ieri Bersani ha condiviso con Vendola la prima tappa: la proposta di un «governo di scopo» per riformare la legge elettorale e poi andare rapidamente alle urne. Ma è solo il primo tratto di strada. E i macigni sul percorso non sono irrilevanti. I primi segnali dei potenziali alleati del Pd non sono positivi. Il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, si è affrettato a fare gli auguri a chi vuole «rifare il Pci». Se non è uno stop decisivo poco ci manca. E all’interno del Pd, settori cattolici - a partire da Follini - non nascondono il proprio imbarazzo in un partito che ai loro occhi sembra virare a sinistra. 

E Vendola? E’ il vero vincitore dell’incontro di ieri. Perché di fatto, il leader del maggiore partito della sinistra - che nella peggiore delle ipotesi ha un peso elettorale superiore al 26-27% - , «riconosce» come possibile competitor il leader di un partito del 5-6%. È partita la lotta per la premiership. Ma non è irrilevante il segno del vincitore. Perché se a destra - tra Berlusconi e Bossi - vi è una comunanza di fondo su principi e programmi, a sinistra lo spostamento dei voti determina il cambiamento del profilo politico. E quindi le possibili alleanze. E’ la concretizzazione della metafora dell’«acquario Italia» di Luca Ricolfi: la società italiana composta da tre grandi vasche. Quella con i «pesci berlusconiani»; quella con i «pesci della sinistra» - un mix di riformisti, giustizialisti, vetero-marxisti, delusi e «esiliati in patria» -, come scrive continuamente il sociologo Ilvo Diamanti. E al centro, la vasca della società di mezzo, che si «nutre» di televisione, e che di volta in volta sceglie di gettarsi nella vasca di destra o di sinistra. La sinistra deve scegliere se catturare i pesci della vasca centrale con chi nella propria vasca sta più al centro o più a sinistra. Fuor di metafora: deve scegliere tra Casini e Vendola. Oppure tentare l’impresa, o il «miracolo», di coniugare le liberalizzazioni di Bersani e la ricerca di una nuova «narrazione» di Vendola.

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