Martedì 26 Marzo 2019 | 02:51

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Un faro sulle sculture di Marrocco a Bari

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La mostra di sculture e installazioni che lo studio “Graphite 24” di Boscia e Ambrico dedica ad Armando Marrocco è in quella linea di analisi del 900 che la Puglia va proponendo in questi mesi, da Man Ray a Kunellis a Picasso, alle aggettazioni creative delle Accademie,alle collettive curate da Bonito Oliva. Vediamo un po’ di capire qualcosa di questo maestro salentino. Da molti anni,credo il ‘93 o il ‘94, da quando Toti Carpentieri mi fece conoscere la scultura di Marrocco, chiedendomi di scrivere qualcosa sul Nautilis, un’opera stilita che punge il cielo industriale e commerciale di Lecce quasi alla confluenza per gli svincoli di Gallipoli, Maglie e Nardò, mi sono convinto che non c’è area pugliese più sperimentale del Salento e al tempo stesso più arcaica. E’ un ossimoro stridente e tuttavia reale. Se si pensa alla fortuna dell’etnomusica, dal Grecanico Salentino alla notte di Melpignano e alla diffusione di sagre e di tradizioni rurali,al primitivismo di Ezechiele Leandro e al folk magico di Winspeare. E poi se penso alla fuga in avanti che l’arte ha sempre avuto in quella terra,da Bodini a Carmelo Bene e ai Cantieri Koreja, ma soprattutto ai gruppi di Ghen e di Caffè Greco,(e qui andiamo a ritroso verso gli anni Settanta), e nel contempo ad artisti informali che sono fioriti laggiù quando ancora nel resto della regione imperversava il figurativo, da Sebaste a Corrado Lorenzo a Gelli.
EVOLUZIONI. Toti Carpentieri ha seguito dall’interno le evoluzioni di quel mondo, ha anche fatto da supporto e narratore del paesaggio artistico salentino e ha seguito molti artisti e tra questi Marrocco, nei loro cicli creativi. Carpentieri è l’anima storica dell’arte salentina e dunque parlare di un artista del Salento significa anche parlare di un critico, l’unico, che organizzi rassegne importanti e cerchi di spiegare le ragioni dei raccordi tra innovazione e tradizione, e dell’utilizzo nell’arte di antichi e nuovi materiali.
Credo che Marrocco sia una sintesi vivente di queste due anime: passato e presente; la sintesi espressiva ed esistenziale di questo ossimoro. Ovviamente a sorreggerlo c’è una lunga percorrenza sperimentale. Perché alle origini della produzione di Marrocco ci sono pietra cartapesta calce e colori del Salento. C’è il chiarore mediterraneo e la figurazione di ascendenza barocca.
Nel ’68, quando è a Milano da qualche anno,siamo nel pieno della contestazione studentesca, e ha avuto contatti con Fontana e Restany, Marrocco scopre che si può operare una rivoluzione copernicana e gettarsi nel vuoto della modernità, tra astratto,concettuale, comportamentale. Per fare questo ritorna con la mente alle crepe del Salento, al terriccio sabbioso nel quale si aprono piccoli crateri. Sono i nidi di formiche a sollecitare la sua fantasia. E le formiche sono nel contempo quelle produttive di Tommaso Fiore e la folla grigia che invade la metropoli. Mare e terra,nel caso del nautilus ossificato e del formicaio, un mondo mummificato e un altro brulicante che dà anima e vitalità all’apparente staticità della terra a fare da simboli e da sintesi di due opposte forze che regolano il mondo:caldo e freddo, vita e morte,movimento e stasi. Il salto c’è stato anche nella sua vita, dalla staticità della resa artistica alla vitalità, perché Marrocco è animato dal bisogno di raffigurare la vita e il suo pulsare. La necessità di raffigurare il dinamismo non sparisce neppure quando l’artista prova ad abbandonare definitivamente il figurativo e va verso installazioni tra il mondo arcaico del Salento e la nuova realtà industriale della città lombarda. Lì era il regno della pietra e della terra, qui dell’acciaio,dell’anticorodal e del cemento. Il Giardino ludens, installazione realizzata in quegli anni era un prato di fasce elastiche sul quale i fruitori potevano scoprire la felicità del cammino abbinato al salto e al volo. Erano gli anni in cui andava diffondendosi la scoperta di Pascali, l’arte e la vita come gioco e simulazione.
DISASTRO Ma anche gli anni in cui Burri e l’arte si avvalevano di materiali poverissimi e raccontavano il disastro portato nel mondo dalle guerre e dai consumi. Il tempo in cui nascevano le periferie infinite. Gli anni degli impacchettamenti proposti da Cristò. Marrocco li attraversò tutti, alla ricerca di nuove espressioni artistiche e necessitato dal bisogno di far passare una intuizione, che la vita e la cronaca, i manufatti che l’uomo di volta in volta produce,diventano oggetti museali,prodotti conservati dalla patina della storia e del tempo e incapaci di rivitalizzarsi. Era il nocciolo della filosofia teatrale di Carmelo Bene, un’opera teatrale è la fissità e la morte della creatività e l’arte borghese,quella che si è fatta “classico” ha bisogno di essere distrutta. Marrocco fasciava tutti i manufatti antichi: armi di bronzo e di ferro, utensili arcaici e recenti, per dire che la storicizzazione degli eventi umani e la musealità producono un’imbalsamazione, la conservazione a futura memoria, ma è necessario spogliare della scorza del tempo gli oggetti se si intende rivitalizzare il passato.

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