Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:10

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A ciascuno il suo ribaltone politico

di Giuseppe Giacovazzo
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 Come la favola di Fedro. “Superior stabat lupus”. E il Lupo era il presidente Fini, seduto lassù, al di sopra di tutti. Più sotto l’Agnello. Oddio, Berlusconi! Fotografia ufficiale del grande ribaltone. Dai banchi Di Pietro erutta veleni: “Pregiudicato, piduista, stupratore di democrazia!”. Supplice l’Agnello invoca belando: “Aita, aita!” mentre il Lupo rimane impassibile, assiso in trono. “Fermalo, fermalo!” prega il malcapitato voltandosi più volte all’insù rischiando il torcicollo. Blandamente il Lupo esorta al galateo il Toro scatenato.
No, non è la politica. Un noto regista diceva che la commedia non è altro che una tragedia a lieto fine. Questa è invece una commedia senza fine, che non fa ridere nessuno. Ha solo invertito i ruoli sulla scena.  Il bellicoso premier della vigilia intona il giorno dopo a Montecitorio una melodia ammiccante, sdolcinata. Gentile concessione al suo compleanno? Troppo rapida la mutazione da carnefice a vittima. Morale: non paga quella campagna di odio che dura da 2 mesi, tra isoletta delle Antille e la cucina più amata dagli italiani. Farà incasso ai giornali, non alla politica. Il direttore Feltri ha il viso digrignante dello sconfitto. Ribaltato anche lui.
Ma il più ribaltato è il Senatur. Per la prima volta, dopo un quarto di secolo, il duce della Padania è costretto a chiedere pubblicamente scusa. A chi? A Roma ladrona. Pochi giorni prima aveva votato a malincuore la legge federale su Roma capitale. Era così pentito che subito dopo ha sparato quella indegna “porcata” sull’acronimo latino SPQR. Che noi ragazzi maliziosi traducevamo “Sono Poche Queste Ricottelle”, alludendo ai regali in natura dello studente asino al professore corrotto. Bossi aveva una paura fottuta d’essere sfiduciato da ministro. E si è ribaltato pure lui.
E poi quel plateale ribaltone in Sicilia. I magnifici Cinque dell’on. Cuffaro “vasa vasa” (già condannato per concorso mafioso) si staccano insieme all’eterno Mannino dall’Udc e si schierano col Cavaliere, caldamente salutati dal loro segretario Casini con un gran sospiro: “Finalmente ce ne siamo liberati!”.
Il premier sa benissimo che la partita, quella vera, comincia adesso. E parte da quei cinque punti che fumosamente ha elencato come banco di prova della maggioranza. Che però non è più quella di prima. Dovrà aggiungere una terza gamba al tavolo: il partito nuovo di Fini, non più cofondatore ma solo alleato. Logico sbocco di una diversa concezione della destra, alternativa a quella populista aziendale del Cavaliere. E su quei cinque punti sarà giocoforza uscire dal vago.
Punto primo, il Fisco. “Disboscare la grande giungla”, ha detto alla Camera. Ma neanche Tremonti sa come abbassare quel 43% in rapporto al Pil, il più esoso in Europa. Secondo, il Federalismo. “Sarà la cerniera unificante del Paese”. Altro fumo. Ma prima o poi bisognerà definire quei maledetti costi standard dei Comuni e delle Province. E qua ti voglio. Terzo punto, il Sud. Ancora un inno al famoso Ponte sullo Stretto. Neanche una parola sul fantasioso Piano per il Mezzogiorno. Quarto, la Sicurezza. Servono più risorse al Pacchetto. Intanto il Viminale deve fare i conti con i tagli alla benzina della Polizia. Quinto, dulcis in fundo, la Giustizia. Nulla di chiaro sui temi più sensibili: legittimo impedimento, intercettazioni, processo breve. Nulla sulla durata dei processi e sul carcere, nodi cruciali nel groviglio giustizia.
Non sappiamo se il presidente della Camera assumerà la leadership del nuovo partito che nasce da Futuro e Libertà. In quel caso sarebbe auspicabile, anzi doveroso, che si dimettesse dalla terza carica dello Stato. Dovrà confrontarsi in prima persona con il leader del Pdl. E forse non sarà un guadagno per Berlusconi. Ma gli eviterà quel tormentoso torcicollo a Montecitorio.

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