Martedì 26 Marzo 2019 | 17:14

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Università, nelle pagelle inglesi Bari supera Roma e Milano

di Gianfranco Viesti
di Gianfranco Viesti

Alla fine della settimana scorsa il Times Higher Education ha pubblicato la sua classifica delle 400 migliori università del mondo. Ci sono due notizie interessanti. La prima è che nessuna università italiana figura fra le prime 200. La seconda è la graduatoria che ci riguarda: Trieste è prima fra le italiane (al 217mo posto nel mondo), seguita da Milano Statale e Padova.  Bari è decima fra le italiane (al 313mo posto nel mondo), in posizione migliore sia rispetto a “La Sapienza” di Roma sia al Politecnico di Milano. La valutazione si basa su parametri abbastanza consueti; principalmente vengono misurate la didattica e la ricerca (la sua quantità, la sua reputazione, la sua influenza, misurata attraverso le citazioni).
Questa classifica induce due riflessioni.
E’ evidente che l’Italia deve potenziare molto il suo sistema universitario. Ovunque nel mondo le università sono un elemento fondamentale per lo sviluppo, attraverso la loro triplice funzione: diffondere conoscenza e creare nuovo capitale umano con l’insegnamento; creare nuova conoscenza, sia di base, sia nelle sue applicazioni, con la ricerca; interagire con le imprese e le istituzioni per migliorare la qualità del sistema economico. La classifica ci dice (come ogni anno, ogni classifica internazionale) che in Italia questo accade molto meno che negli altri paesi avanzati: si fa meno ricerca; si interagisce meno con le imprese; si crea meno nuovo capitale umano.
Una parte sensibile delle difficoltà della nostra economia dipendono anche da questo: la nostra debolezza non solo nei nuovi prodotti e servizi, ma anche nell’utilizzazione di nuove idee, di nuove tecnologie, di nuovi materiali in quello che le imprese già fanno. Ci servono più laureati, più ricercatori, più trasferimento tecnologico. E invece stiamo andando nella direzione esattamente opposta. Come si è provato ad illustrare su queste colonne lo scorso 4 settembre, “l’anno accademico 2010-11 potrebbe segnare la fine dell’università pubblica italiana così come la conosciamo da decenni”. I tagli operati dai ministri Tremonti e Gelmini sono tali da portare al collasso nel 2011 il nostro sistema universitario, o quantomeno di ridurne – quantitativamente e qualitativamente – il funzionamento. Privilegiando, come teme il Rettore del Politecnico di Milano, i privati. E quello che colpisce è il grande disinteresse della politica, sempre più chiusa a discutere solo di sé stessa, a destra come a sinistra, a questi fatti e a queste prospettive.
La seconda riflessione riguarda la classifica italiana. Incidentalmente, la posizione di Bari è motivo di non piccola soddisfazione: senza mai smettere di criticarne le insufficienze e stigmatizzarne i vizi (come il nepotismo) non sarebbe male notarne anche le virtù e accompagnarne i progressi. La classifica è assai diversa da quella – del tutto estemporanea – prodotta dal ministro Gelmini la scorsa estate, e che ha prodotto un ulteriore taglio di risorse proprio ad esempio per le Università pugliesi. Misurare la qualità non è facile, sia che misurino le Università sia che si misurino i comportamenti delle pubbliche amministrazioni. Richiede in primo luogo un’altissima capacità professionale e un totale disinteresse da parte di chi valuta (il Times è certamente assai meno interessato alla graduatoria italiana di quanto non siano stati gli esperti che per il Ministro hanno prodotto quella classifica). Ma richiede anche che la reputazione di chi valuta sia alta e che i criteri che vengono adoperati siano condivisi e accettati da chi viene valutato: rappresentino vere misure di “qualità”. Spiace assai dirlo, ma anche da questo punto di vista il nostro paese (in cui tutti a parole dicono che “si vuole premiare il merito”) sta andando nella direzione opposta.
Recentemente, sul sito www.lavoce.info un giovane giurista, Matteo Barbero, ha disegnato un quadro impietoso ma realistico di come in Italia le definizioni di “virtuosità” per gli enti pubblici siano le più disparate e contraddittorie. E, come si è ricordato su questo giornale nelle scorse settimane, spesso disegnate già avendo in mente chi colpire e chi beneficiare (come l’emendamento Azzollini alla manovra finanziaria sui tagli alle regioni) o costruite con criteri del tutto illogici, contrari a quel che si dice di voler misurare (come la bizzarra classifica de Il Sole 24 Ore di fine agosto sui progressi delle amministrazioni regionali). Si confondono valutazioni assolute (chi è meglio di chi, come quella del Times) e valutazioni relative (chi migliora di più). Con un enorme rischio in un paese come il nostro: confondere la ricchezza con la virtù e la povertà con il vizio. Soprattutto si crea il clima peggiore per l’applicazione del federalismo fiscale, che proprio ad attente, indipendenti e condivise misurazioni e valutazioni legherà fondamentali risorse finanziarie. Le valutazioni sono materia molto tecnica: ma il metodo e la filosofia con cui sono realizzate è materia di cui anche la politica dovrebbe interessarsi.

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