Martedì 26 Marzo 2019 | 11:36

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L’olio che arde e consuma il futuro

di Giorgio Nebbia
di GIORGIO NEBBIA 

L’uso come combustibile degli idrocarburi risale a tempi antichissimi; ce ne sono testimonianze nei testi cinesi; ne parla il «solito» Marco Polo; al confine fra Armenia e Georgia (più o meno nell’odier no Azerbaijan) usciva dalla terra un olio «che non è buono a mangiare, ma sì da ardere, e buono da rogna e d’altre cose; e per tutta quella contrada non s’arde altr’olio», un olio combustibile, appunto. Il petrolio era conosciuto e utilizzato dai romeni, dai russi, ma ne esistevano giacimenti anche nella valle padana. Si trattava in ogni caso di giacimenti raggiungibili con pozzi profondi pochi metri. 

La grande svolta si è avuta con l’uso di trivelle capaci di raggiungere giacimenti profondi. L’americano Edwin Drake (1819-1880) in Pennsylvania nel 1859 stava scavando pozzi per cercare acqua salina, quando trovò il petrolio. Da allora si sono moltiplicate le trivelle e i pozzi e si è visto che il petrolio poteva arrivare in superficie sotto la spinta spontanea della propria pressione o sollevato con pompe. 

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ma soprattutto nel Novecento, in seguito alla scoperta del motore a scoppio, l’unica macchina che funziona soltanto con combustibili liquidi o gassosi, la ricerca del petrolio si è fatta frenetica in tutto il mondo. Sono stati raggiunti dapprima i giacimenti profondi alcune centinaia di metri, poi quelli profondi alcune migliaia di metri; in oltre un secolo di progressi sono stati messi a punto metodi di trivellazione che consentono di raggiungere i giacimenti non solo con pozzi verticali, ma anche con pozzi che, in profondità, diventano orizzontali per penetrare meglio nel giacimento. Col passare del tempo si è visto che i giacimenti terrestri e più accessibili si sono impoveriti ed è stato necessario andare a cercare il petrolio nel fondo dei mari e degli oceani. 

Già alla fine dell’Ottocento erano stati scavati alcuni pozzi costruendo, vicino alla costa, dei moli artificiali su cui appoggiare le trivelle tradizionali; poi sono stati costruiti pozzi partendo da piattaforme di cemento appoggiate sul fondo del mare. I primi sono stati sperimentati nel lago venezuelano di Maracaibo, quello che è noto per le avventure del Corsaro Nero e che si è rivelato ricco di petrolio. Negli anni trenta del Novecento sono state costruite le prime zattere su cui montare le piattaforme di perforazione e estrazione del petrolio. Le prime piattaforme erano appoggiate sul fondo mediante delle lunghe «gambe» di acciaio per permettere di resistere al moto delle onde e alle tempeste. 

A mano a mano che occorreva raggiungere giacimenti più profondi sono state costruite, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, delle vere e proprie isole galleggianti, tenute in equilibrio, rispetto alle oscillazioni delle onde e delle tempeste, con grandi masse pesanti migliaia di tonnellate che funzionano da zavorra della piattaforma, abbassando il centro di gravità della struttura. Dalla piattaforma partono le trivelle che, dopo aver raggiunto il fondo del mare, cominciano la vera e propria perforazione in senso verticale o orizzontale per «entrare» nel giacimento e cominciare a far affluire il petrolio o il gas in superficie. Questi progressi della tecnologia mineraria hanno permesso di andare a cercare petrolio in mari sempre più profondi e adesso esistono nel mondo centinaia di piattaforme marine, per l’estrazione sia di petrolio sia di gas naturale, nel Mare del Nord (i cui giacimenti si stanno esaurendo), nel Golfo del Messico, al largo del Brasile, nel Canada, al largo delle coste africane della Nigeria e dell’Angola, nel Pacifico al largo delle coste del Sud est asiatico e della penisola russa del Sakhalin. 

Il giacimento del Golfo del Messico, la cui piattaforma si è incendiata nell’aprile scorso, si trovava al di sopra di uno strato di mare di oltre 1500 metri e stava raggiungendo un giacimento che si trovava a altri 4000 metri sotto il fondo del mare. U n’altra piattaforma nel Golfo del Messico si trova a circa 2500 metri rispetto al fondo del mare in cui comincia la perforazione del pozzo. Pozzi di idrocarburi si trovano nell’Adriatico e nel Mediterraneo in acqua italiane o internazionali. L’estrazione di petrolio dal fondo del mare pone vari problemi ambientali; la perforazione dei pozzi richiede l’impiego di agenti chimici e di abrasivi che finiscono nel mare insieme ai fanghi delle rocce frantumate con conseguente alterazione degli equilibri marini. Inoltre i pozzi di petrolio sottomarini sono esposti, come quelli terrestri, ad esplosioni ed incendi e fuoriuscite di petrolio, ma le perdite di petrolio nel mare hanno conseguenze ben più gravi. Alla fine della loro vita utile le piattaforme marine sono abbandonate o affondate. 

Ci sono problemi giuridici sulla «proprietà» delle acque in cui vengono effettuate perforazioni e prelievi di petrolio, con mutamenti nel concetto di «acque territoriali» che era stato sviluppato quando si trattata di riconoscere la «proprietà» soltanto dei tratti di mare vicino le coste. La costruzione di pozzi sottomarini ha anche fatto entrare nel mondo dei produttori di petrolio nuovi paesi, cambiando la geografia politica di questa strategica fonte di energia. Infine ci sono problemi umani; quando comprate «dieci euro» di benzina non dimenticate che quel facile gesto è possibile perché diecine di migliaia di lavoratori, di cui nessuno parla, nei deserti, nelle zone ghiacciate, nelle paludi, in mezzo alle tempeste negli oceani, in condizioni spesso di pericolo, sempre disagiate, stanno perforando la terra e pompando in superficie quel petrolio che diventerà benzina e gasolio.

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