Martedì 26 Marzo 2019 | 10:56

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Certo, certissimo, anzi probabile. Solo un aforisma del grande Ennio Flaiano (1910-1972) potrebbe rendere bene l’idea su quanto sta accadendo nella politica italiana. Fino a pochi giorni addietro anche un esquimese digiuno di cronache dallo Stivale avrebbe scommesso i suoi risparmi sullo scioglimento delle Camere. Oggi, invece, l’eutanasia del Parlamento viene archiviata, quasi, come un’ipotesi dell’irrealtà. Tutta colpa dei sondaggi che sorriderebbero soltanto alle camicie verdi di Umberto Bossi, mentre gli altri attori avrebbero qualcosa da perdere dalla corsa alle urne? Può darsi, anche se è piuttosto ricca la letteratura italiota sulle previsioni sbagliate degli oracoli demoscopici.
Sta di fatto che Silvio Berlusconi pare aver fatto suo il suggerimento del suo amico storico Fedele Confalonieri, che essendo un lettore di scritti machiavelliani, gli ha messo sotto gli occhi una dritta del più grande politologo di tutti i tempi: «Quando non puoi sconfiggere il tuo rivale, fattelo amico». Traduzione: se Gianfranco Fini si è presentato a Mirabello con 44 parlamentari, anziché con i 4 gatti pronosticati dagli ex colonnelli di Alleanza Nazionale, non  resta, caro Silvio, che prenderne atto e rinegoziare l’alleanza con il cofondatore del Pdl. Il premier non avrà esultato come per un gol di Pato, di fronte a queste riflessioni del presidente di Mediaset. Poi avrà pure convenuto di non essere stato amico di Fini nemmeno quando il sodalizio Forza Italia- An pareva più blindato del bunker di Vladimir Putin. In compenso, però, il Cav si sarà arreso alle regole, alle convenzioni della politica, che come accade nelle storie d’amore da qualche millennio, nasconde ragioni che la ragione non conosce. Di qui, il cambio di strategia del Fondatore nei confronti dell’Affondatore del Pdl: non ci sarà mai un ritorno di fiamma, né verrà mai siglato alcun protocollo di pace, ma il passaggio dalla belligeranza alla non belligeranza, beh, lo si potrebbe auspicare senza fastidiosi crampi allo stomaco.
Sulla genesi della plateale rottura tra Berlusconi e Fini si sono formate varie correnti e sottocorrenti di pensiero. La prima attribuisce l’origine del divorzio all’impazienza di Fini davanti all’interminabile longevità politica di Berlusconi. La seconda individua la causa della frattura nella metamorfosi ideologico-culturale dell’ex capo di An, passato dall’eredità postfascista della destra nostalgica del Duce al lascito liberal-conservatore della destra europea, forgiata su precetti gollisti, con alcune schegge libertarie. La terza corrente indica in una trasmissione satirica tv, poco benevola verso l’attuale compagna del presidente della Camera, la madre di tutte le battaglie. La quarta assegna grande importanza alle inchieste anti-finiane della stampa berlusconiana. La quinta tesi sul patatrac tra Silvio e Gianfranco tira in ballo il ruolo degli ex fedelissimi dell’ex comandante di An, che non avrebbero agevolato i rapporti politico-personali tra il Numero Uno e il Numero Due del Pdl. In breve: il gelo tra Fini e i suoi ex luogotenenti era calato già durante l’ultima stagione di An, come dimostrò prima la conversazione riservata tra La Russa, Gasparri e Matteoli finita, con tutte le frasi più corrosive nei confronti del capo, sulla prima pagina di un quotidiano; e come confermò successivamente la «vendetta» finiana, che ridusse il peso dei neofrondisti all’interno del suo partito.
A giudicare dagli sviluppi successivi, lo strappo fra il generale e i colonnelli di An non verrà mai ricucito. Anzi, col tempo lieviterà ancora la diffidenza reciproca fra Lui e Loro, tanto da indurre Fini a chiedere a Berlusconi la testa dei propri ex fedelissimi, e tanto da spingere quest’ultimi ad allargare il fossato fra Silvio e Gianfranco. Il Cavaliere, assediato da due richieste contrastanti, preferirà soprassedere confidando nelle virtù lenitive del fattore tempo, linea adottata da quasi tutti quei monarchi chiamati a dirimere le liti fra i subalterni nella scala gerarchica. Evidentemente la soluzione attendistica scelta dal Fondatore non risultò gradita al Cofondatore, che a un certo punto ruppe gli indugi e cominciò a bombardare il quartiere generale di Re Silvio e del suo stato maggiore, che comprendeva gli ex diadochi di An. Insomma, lo scontro aperto tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera altro non sarebbe che l’ultimo atto della «guerra fratricida» scoppiata ai vertici dela creatura nata a Fiuggi agli esordi del 1995.
Forse, va ricercata in questa ricostruzione la manovra a 180 gradi (o a 360?) varata da Berlusconi nei confronti dei finiani di Futuro e Libertà. Nelle ultime ore, il premier ha persino escluso di aver estratto il cartellino rosso («Nessuna espulsione, solo un deferimento» ) per i ribelli come Bocchino e Granata. Di qui l’improvvisa virata berlusconiana, a base di sorrisi e serenate: per evitare che in breve tempo sia il solo Bossi a incrementare il bottino leghista in seggi e potere, nell’arengo romano. Non sempre, avrà rimuginato il Cavaliere - ripercorrendo le tensioni tra Fini e colonnelli -, tra i due litiganti il terzo gode. Dipende da chi è il terzo, e da chi sono i litiganti.
Comunque. Merito, anche, della legione straniera promossa dal repubblicano filo-pidiellino Francesco Nucara, per ora non si vota. C’eravamo tanto odiati. Fino al prossimo bisticcio.
giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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