Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:31

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Per favore, se può vada a quel paese

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Diciamoci la verità, chi non ha mai detto un bel «vaffanculo» dopo una litigata? Tondo, sonoro, irrevocabile e finale come una fucilata? Il «vaffa» è come «la Corazzata Potemkin è una cacata pazzesca» di Villaggio contro il mitico film sovietico spauracchio dei cineforum. È come il «pernacchio» prescritto due volte al giorno da Eduardo de Filippo nell’«Oro di Napoli» contro il duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari che spadroneggiava sui vicini: «pernacchio» un’arte da non confondere con la volgare «pernacchia», da eseguire di testa e di petto, cioè di cervello e passione, la mano molle, le labbra umettate di saliva, le dita alzate per far sentire «’na schifezza da’ schifezza da’ schifezza ‘e ommo» il suo obiettivo. «Pernacchio» col quale si può fare una rivoluzione.

La sentenza della cassazione contro il «vaffa» - Il «vaffa» è poi come l’acuto lancinante di un orgasmo, di quelli che ti capitano una volta nella vita, il nirvana di un nanosecondo che ti fa uscire di testa. È come lo starnuto liberatorio dopo tre gemiti preparatorii da allergia. È come la doccia dopo una giornata di favonio, una birra ghiacciata sul panzerotto bollente, il gol vincente al quinto minuto di recupero, la telefonata attesa dopo ore di angoscia. E se preceduto da un «ma…», fa più bene di un Aulin per il mal di denti e di un Fargan per la puntura di una zanzara. Il «vaffa» è l’estremo appiglio quando non c’è più soluzione, è l’arma finale se non c’è più niente da fare, è il jolly che spiazza qualsiasi avversario, è il Davide contro ogni Golia. Sillabato al massimo dei decibel, è una sovversione con cui si può abbattere un trono non meno che con un «pernacchio».
 Né il «vaffa» ha mai mostrato segni di logoramento pur essendo entrato ormai nel linguaggio comune, non diciamo che lo si dice come si respira, ma ormai nessuno si fa più tre volte il segno della croce nel sentirlo. Unisex, interclassista, democratico, universale e pret-a-portér, pronto all’uso. Adottato anche nel vocabolario politico per iniziativa di Grillo e dei suoi grillini col «Vaffa day». In poche parole, uno di casa.
 Eppure, circondati come siamo da scurrilità di ogni genere, nel mezzo di tempi mai così cafoni, fra risse televisive e cazzotti in Parlamento, al termine di un’estate di devastanti pantaloni a pinocchietto e di infradito anche a cena, nello sconsolante funerale del buongusto, chi rischia incredibilmente di pagare per tutti? Proprio il «vaffa». Considerato dalla Corte di Cassazione, udite udite, ingiurioso fino al pagamento di una multa.

Dall’ultima guerra punica - Era stato lanciato da tal Giuseppe di Civitavecchia verso il socio Angelo al termine di una discussione come tante in una giornata come tante. Ma l’Angelo se ne era sentito particolarmente colpito, benché il Giuseppe abbia eccepito in tribunale «l’uso talmente comune d’aver perso l’efficacia ingiuriosa». Niente da fare per la Suprema Corte, secondo la quale «l’espressione proferita, brutalmente volgare, zittiva l’interlocutore, ridicolizzandolo e troncando perentoriamente ogni discussione. Lo scurrile e crudo frasario attingeva l’interlocutore con virulenza demolitoria, vulnerandone il senso di dignità». Per la verità quell’«attingeva» della sentenza richiederebbe un immediato «ma vaffa», però lasciamo perdere.
 Ma c’è di peggio. Secondo i giudici, sarebbe bastato che il «parolacciaio» (pardon) di Civitavecchia avesse chiuso la lite «con un’espressione tipo “non infastidirmi”», come dire una «pernacchia» invece del «pernacchio». E già immaginiamo la scena di quei due che, dopo essersi mandati a quel paese mille volte in un minuto netto di alterco, si lasciavano raccomandandosi di «non infastidirsi». La stessa Corte che nel 2007 aveva definito «legittima difesa» quella di un politico di Giulianova Marche che si era avvalso del «vaffa» contro il vicesindaco che lo importunava.
 Insomma ci dovrebbe essere parità di condizioni. E magari un «vaffa» reciproco concordato, in modo da evitare il colpo a tradimento. Possibilmente educato, «se mi permette». Né sono mancate le critiche alla Cassazione, non ci stia a fare la lezione suggerendoci le alternative. Anzi se può ci lasci almeno il «vaffa» libero.
  Però dobbiamo ammettere che se qualcuno non comincia, chissà dove andiamo a finire. Il più a modo di questi tempi dovrebbe farsi un corso triennale di buone maniere. Ci sono nostri rappresentanti nei partiti, o in tv, o sui giornali che sono una volgarità anche senza aprire bocca. E non si sente più un «grazie» o un «prego» dall’ultima guerra punica. Ma il «vaffanculo» no, anzi scusate, il «vaffa» no. Inutile dire che a questo punto ci andrebbe a pennello.

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