Martedì 26 Marzo 2019 | 23:35

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Dalla tenda al Grande Fratello

di Giuseppe De Tomaso
Silvio Berlusconi è un instancabile battutista. Ne hanno fatto e fanno le spese un po’ tutti, amici e nemici, Carlo Ancelotti e Gianfranco Fini, capi di Stato e capitani di mega-aziende. Solo su tre persone il presidente del Consiglio è solito risparmiare la sua irrefrenabile ironia: Umberto Bossi, Vladimir Putin e Muammar Gheddafi. Di Bossi, si sa. Il Senatùr è un cavallo pazzo che già una volta disarcionò il Cavaliere procurandogli una serie di ferite, la cui cicatrizzazione ha richiesto parecchi anni. Bossi è più imprevedibile di Ibrahimovic, di conseguenza va coccolato come la più fascinosa delle fidanzate.

Putin non possiede il potere ricattatorio del leader «padano». Ma è il secondo uomo più potente del pianeta. Forse, addirittura il primo.

Dirige una superpotenza che da militare si va trasformando in colosso economico. Gli esperti di «soldonia» gli attribuiscono una ricchezza personale da capogiro. Infine - fattore più decisivo di tutti - il premier russo è lo zar dell’energia. E solo Iddio sa quanto l’Italia sia deficitaria in materia. Certo, l’uomo forte di Mosca non è un campione di liberalismo, né è la persona più indicata per uno spot sui diritti umani. Ma i condottieri degli Stati sono come i parenti: nessuno (straniero) se li può scegliere. Idem i vicini di casa: devi convivere con chi ti ritrovi.

E’ il caso del più scomodo vicino di casa capitato all’Italia negli ultimi 50 anni: il colonnello libico Gheddafi. Gheddafi, per certi versi, è ancora più incontrollabile di Bossi: comanda uno Stato, pur senza detenere una qualifica ufficiale (solo quella, davvero, inafferrabile di Guida della Rivoluzione), dispone di sterminate riserve petrolifere, vanta conti correnti stramiliardari in Svizzera, è il semaforo più rispettato dei flussi migratori nel Mediterraneo. Un suo cenno può significare il via, o lo stop, a un’invasione di extracomunitari di proporzioni bibliche. E ancora, il Colonnello è uno tra i più liquidi committenti di opere pubbliche presenti tra Europa e Africa: il che per le nostre imprese pubbliche e private è come vincere alla lotteria più frequentemente di Elisabetta Tulliani e Luciano Gaucci.

Intendiamoci. Lo spettacolo del Colonnello di Tripoli a Roma tutto è tranne che un felice esempio di grammatica istituzionale. I contorni della vacanza romana di Gheddafi evocano più i capricci di una star di Hollywood che il senso della misura e della responsabilità richiesti a un alto dirigente politico. Così pure le incursioni della «Guida» libica, a scopo di proselitismo, in campo religioso. Così pure il dispiegamento di bellezze femminili, manco si trattasse di una selezione di Miss Italia. La Roma di Gheddafi con la scia delle gheddafine (roba che, al confronto, il Cavaliere fotografato a Porto Rotondo con cinque fanciulle accanto fa la figura di un bigotto dell’Ottocento) è un frullato di manie di grandezze, degne ora di uno sceicco arabo ora di un redivivo Re Sole.

Ciò detto, e pur ipotizzando qualche complicità berlusconiana nel luna park gheddafiano, rimane un interrogativo: si può chiudere la porta al Colonnello e a quelli come lui? Se la risposta fosse sì, allora dovremmo ritirare gli ambasciatori italiani dalle sedi di mezzo mondo. La Terra è, purtroppo, affollata di dittatori assai più intolleranti del nostro dirimpettaio tripolino. Ma siccome è inimmaginabile una sorta di dichiarazione di guerra universale per esportare la democrazia nel mondo (i dubbiosi chiedano informazioni a Baghdad e Kabul) cacciando i titolari di un potere assoluto, non resta che collaborare con loro, nella speranza che la contaminazione tra libertà e autoritarismo produca effetti benefici per le popolazioni sottomesse.

Gheddafi, poi, è un personaggio curioso. Il presidente Usa Ronald Reagan (1911-2004) lo chiamava «il cane di Tripoli», associando il governo libico alle nazioni canaglia messe dagli Usa sul libro nero degli Stati da abbattere. Per qualche lustro, Gheddafi ha rappresentato per Casa Bianca uno spauracchio pericoloso quasi il super-terrorista Bin Laden. Ma oggi Obama non sottoscriverebbe mai un anatema così fulminante, per la semplice ragione che, nonostante tutte le bizzarrie dell’uomo, il Colonnello è solo un lontano parente del Colonnello che minacciava di scatenare una guerra dopo l’altra, o una micidiale offensiva terroristica contro l’Occidente libero. Il Gheddafi odierno è il dittatore arabo più occidentalizzato in circolazione: è quello che manda i suoi figli a divertirsi (a suon di petrodollari e con un codazzo di strafiche) nei templi della Razza Godona mediterranea; è quello che dopo aver cofinanziato e salvato la Fiat negli anni Settanta, oggi ha scucito altri denari per Unicredit; è quello che fa l’azionista della Juve e forse potrebbe fare, in futuro, il padrone del Milan qualora il Cavaliere si liberasse del Diavolo (calcistico, si capisce). Insomma, indipendentemente da Berlusconi, con Gheddafi l’Italia dovrà convivere, sia se a Roma comanderà la destra sia se comanderà la sinistra.

Cinica realpolitik? Può darsi. Ma le alternative latitano. Del resto, meglio un mattatore da Grande Fratello tv che un Grande Fratello smanioso di inviarti una bomba su Lampedusa. Quanto alla pacchianeria dello show gheddafiano, ci si può difendere in un solo modo: rinunciando a misurarsi sullo stesso terreno.

Giuseppe De Tomaso

giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it

de tomaso

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