Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:19

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Quei 70 minuti in campo e Tonino si riprende l’Italia

di Fabrizio Nitti
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Il numero 10 sulle spalle, il numero dei grandi, quello che si sogna fin da bambini. Quello che scatena le fantasie dei tifosi. Settanta minuti per riprendersi la Nazionale, in una notte londinese gonfia di acqua e di tante aspettative. Cassano è tornato. L’Italia dei giovani e dell’entusiasmo le prende dalla più quadrata Costa d’Avorio portando a nove i mesi senza vittorie. Ma è un dettaglio dopo un Mondiale vergognoso. La partita di ieri serve per ripartire. C’è da ricostruire l’immagine di una squadra, di una nazione che fa del pallone una questione appunto... nazionale. E Prandelli decide di affidare il lavoro di «ristrutturazione» al giocatore che più di ogni altro incarna la tecnica calcistica allo stato puro, il talento che può e deve ridare colore a una formazione che in Sudafrica è stata più pallida di Laura Palmer trovata morta  nel famoso Twin Peaks di David Linch.
Dopo oltre due anni riecco là il genio (ed ex sregolatezza) di Bari Vecchia correre e sudare in azzurro. Gli dona, quella maglia, persa dopo l’Europeo del 2008 in Austria e Svizzera. L’ultimo flash fu contro la Spagna che poi vinse il titolo. Fuori ai calci di rigore, titoli di coda per Donadoni, l’inizio dell’era Lippi-due, il tramonto di Fantantonio, tenuto lontano dal «cittì» viareggino per un mistero che quanto a sacralità forse supera il terzo segreto di Fatima.
Vabbe’, siccome anche nel calcio funziona come diceva Eraclito, cioé tutto scorre, ecco silenziosa la rivincita dell’uomo che ha contribuito a rilanciare anche le quotazioni della Samp e che nel frattempo si è sposato. Due anni di esilio forzato, ma la forza di non mollare, guardare avanti, crederci sempre. Tanto, prima o poi quel brav’uomo di Lippi se ne andrà...
Suona l’inno nello stadio del Wet Ham dove Prandelli inaugura la «nuova Italia» e Antonio lo canta. Un po’ tirato in volto, come se su quella maglia numero 10 sentisse il peso del nuovo esordio, della gente che si aspetta miracoli. Ma è un peso eccitante, in fondo. Sorride e canta, abbracciato a Balotelli, l’altro «monello» che Prandelli ha voluto. Emozione? Se c’è, la nasconde per bene.
Cassano entra gradualmente in partita, prende le misure, sbaglia qualche appoggio, si muove alle spalle di Amauri, cerca la posizione. Prandelli gli ha consegnato le chiavi azzurre, di una squadra rivoltata come un calzino e che ha bisogno di rodaggio. E che si accende solo se il «Pibe» barese si accende. Un colpo di tacco, poi due fiammate che potrebbero indirizzare la partita sul binario giusto: la prima alla mezz’ora, un delizioso assist per Amauri disinnescato dalla chiusura degli ivoriani; la seconda dopo 10 minuti, un «no look» depositato sulla testa del solito Amauri, palla fuori.
Una partita difficile, avversari «tosti», non risparmiano «entrate» e pure Cassano se ne accorge, rimediando una tramvata a gamba tesa sotto la caviglia. È l’unico che può far nascere insidie, creare, inventare, tutto ciò che serve perché una partita di calcio sia bella. Gioca, forse anche per ordini di scuderia, un po’ troppo lontano dall’area di rigore ivoriana, i compagni a lui si affidano per mettere su tutte le manovre offensive. È un segnale, gli «altri» riconoscono in lui il leader naturale sul campo. Quella di Cassano, alla fine, è una gran bella partita.
C’erano una volta le «cassanate». C’è oggi un giocatore al quale l’Italia pallonara chiede di ritrovare l’orgoglio perduto fra vuvuzelas e Waka-Waka.

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