Martedì 26 Marzo 2019 | 17:41

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Se l’effetto Pomigliano si ferma in tribunale

di Gianfranco Viesti
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Tutto parte da Pomigliano e da lì può nascere una nuova storia delle relazioni industriali in Italia. Nel bene e nel male.
La Fiat sta giocando una partita difficilissima, la competizione internazionale nell’auto è serrata. La crisi dei consumi sensibile. La ripresa, e la domanda futura di auto, sono molto più in Asia, fuori dall’Europa. L’azienda sta compiendo una ristrutturazione difficile. È sbarcata in America. Sta ridisegnando la produzione europea e italiana. Ha bisogno di impianti non solo modernizzati, ma anche perfettamente funzionanti. È una sfida che tutto il Paese guarda con favore. Significa molto anche per il possibile futuro della produzione industriale in Italia. Difficile restare un grande paese senza una manifattura che si fa valere nel mondo. 
Eppure, la vertenza di Pomigliano è tutto quello che ne è seguito e potrà seguirne, ha anche connotati controversi. La Fiat ha chiuso Termini Imerese:  la preoccupazione per la tenuta economica e sociale di una parte importante di una regione difficile come la Sicilia è forte. Poi è arrivata a Pomigliano con una lista, lunga e dura, di richieste. Una lista comprensibile - dal suo punto di vista - per avere certezze su cosa potrà succedere quando le nuove produzioni saranno a regime. Ma anche una lista durissima: fatta di turni massacranti e di regole ferree. Prendere o lasciare.
I sindacati hanno accettato la grandissima parte delle richieste. Poi si sono divisi su due punti di principio. C’è stato il referendum: i lavoratori, sia per senso di responsabilità sia perché consci del loro limitatissimo potere contrattuale, hanno accettato l’accordo. Ma in molti hanno votato no, esprimendo un disagio diffuso. E qui, c’è stata una svolta negativa. Molto avrebbe dovuto consigliare all’azienda di riaprire il confronto; di costruire consenso con pazienza. E invece molti segnali indicano che si è preferito acuire lo scontro. Prima l’annuncio improvviso dello spostamento in Serbia di produzioni destinate a Torino. Non c’è nulla di male nell’organizzare una produzione multinazionale, in più paesi, sfruttando le condizioni localizzative più favorevoli: ma non si può non farlo all’interno di una strategia complessiva e trasparente, che chiarisca a tutti gli interessati, a cominciare dai lavoratori e dai fornitori, che cosa si ha in programma di fare. Anche qui serve saggezza: decidere il futuro di migliaia di operai non è come giocare a risiko. Poi i licenziamenti. Anche quelli di Melfi. Cassati dalla magistratura per comportamento antisindacale. Perché le leggi, in democrazia, valgono per tutti.
C’è un grande tema di fondo. Ed è il futuro delle relazioni industriali in Italia. Marchionne sembra avere in mente un modello molto americano fondato sulla centralità delle trattative aziendali su un ruolo minore, se non assente, dei contratti nazionali, su rappresentanze sindacali molto deboli e sempre più indebolite dalla crisi.
Molti lo guardano con simpatia: Confindustria nazionale; il governo, specie il ministro Sacconi, che è stato più di parte che non neutrale nella vicenda. Per uscire dalla crisi la ricetta è mani più libere per le imprese; lavoratori con potere contrattuale e diritti minori; meno organizzati collettivamente; produzioni più competitive grazie a costi del lavoro più bassi. Non è una posizione lungimirante. L’America è l’America; l’Europa è l’Europa. I modelli di relazioni industriali sono profondamente diversi, figli di una lunga e diversa storia. Certo, tutto si può discutere, e anche in Europa regole e modelli possono gradatamente cambiare.
Ma questo può accadere solo con il consenso delle parti. Accettando che esista un quadro di diritti collettivi, nazionali, che vale per tutti. Puntando su una competizione più giocata sull’innovazione e sull’efficienza - come in Germania - che non sulla compressione di salari e diritti.
All’Italia conviene una Fiat competitiva. Ma alla Fiat conviene un sindacato forte e rappresentativo – come in Germania – in grado di accompagnarla nei difficili anni futuri; discutendo, trattando e accordandosi. Per giocare insieme una partita che, in Europa, si vince con le regole europee. Il messaggio da Melfi è arrivato chiaro. Speriamo sia ascoltato.

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