Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:11

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Il rebus Senato fra Berlusconi e il voto

di Giuseppe De Tomaso
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Silvio Berlusconi non vede l’ora di tornare a votare. Umberto Bossi non ha ancora deciso se assecondare il presidente del Consiglio o attendere qualche settimana prima di sciogliere il rebus. Il capo della Lega si trova davanti a un bivio: presentarsi davanti agli elettori padani senza il «regalo» del federalismo fiscale o confidare, per l’approvazione dei decreti attuativi della «sua» Grande Riforma, in una tregua (oggi più improbabile di Ibrahimovic al Milan) tra berlusconiani e finiani.
 Se Bossi avesse dato l’ok, probabilmente il Cavaliere si sarebbe già presentato al Quirinale con un’argomentazione scritta: «Caro Presidente Napolitano, la mia coalizione non ha più la maggioranza alla Camera, come ha dimostrato la votazione sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo». «Non dispongo più - avrebbe continuato -  dopo la scissione di Fini, dei 316 voti che garantiscono il governo in ogni votazione parlamentare. A questo punto mi affido a Lei, Signor Presidente. Dal momento che la Lega non è disponibile per ribaltoni o giri di valzer più o meno istituzionali, e dal momento che lo stesso Giulio Tremonti ha escluso di poter guidare un esecutivo tecnico dal retropensiero dichiaratamente anti-berlusconiano, non resta, a mio parere, che richiamare il popolo alle urne».
Se Berlusconi ha indugiato prima di consegnare al Capo dello Stato un testo più o meno simile alle parole sopra riportate, la spiegazione va ricercata in primo luogo nella posizione d’attesa del suo potente alleato leghista, ma in secondo luogo anche nei rischi che il ricorso alle urne potrebbe comportare per il Pdl.
La questione si chiama Senato. Tutti i sondaggi, o quasi, danno per favorito il tandem Pdl-Lega in caso di ritorno alle urne. Ma i favori del pronostico riguardano la consultazione per la Camera. Al Senato, infatti, i giochi non sarebbero così semplici, come accadde al centrosinistra di Romano Prodi nel 2006. Il voto per Palazzo Madama non si fonda su un unico, nazionale, premio di maggioranza, ma su 17 premi divisi su scala regionale. Per assicurarsi un buon margine di seggi in più al Senato, la coalizione vincente deve prevalere un po’ dappertutto. In caso contrario sarebbe condannata a una vittoria dimezzata, mutilata, cioè all’ingovernabilità permanente. Prospettiva che il Cavaliere intende schivare come un esorcista fa col demonio. E siccome i movimenti attorno al cosiddetto Terzo Polo si fanno ogni giorno più serrati, il Premier teme che l’obiettivo di cotanto attivismo sia lo stallo o il sostanziale pareggio elettorale al Senato: allora sì che prenderebbe corpo l’ipotesi di un governo tecnico diretto da Mario Draghi o Giulio Tremonti.
Berlusconi sa che la via delle urne è inevitabile. È disposto a cedere a nuove richieste bossiane (la Lega è data in costante crescita) pur di assicurarsi la permanenza a Palazzo Chigi. Ma deve, anche, valutare tutte le incognite, a cominciare dalla tradizione che non premia in cabina elettorale i promotori del voto anticipato. E poi tutto il resto: il pericolo al Senato, lo strapotere di Bossi, la lite continua con Fini, l’antagonista elettorale del centrosinistra.
Il presidente del Consiglio non scommetterebbe neppure un centesimo sul futuro politico di Gianfranco Fini. Il pasticcio della casa di Montecarlo affittata al fratello della compagna del presidente di Montecitorio potrebbe dargli una mano in tal senso. Ma il fatto che 34 deputati abbiano seguito l’ex leader di An ha sorpreso assai il Fondatore del Pdl, che mai avrebbe attribuito al Cofondatore un drappello piuttosto consistente. Ergo: Fini non sarà un portento elettorale, ma fino a quando occuperà una postazione così importante non può essere sottovalutato.
Finale. Sulla carta, tutto sembra scontato per il capo del governo: liquidare, risolvere il caso Fini con il responso degli elettori. Sulla carta, nulla è più pericoloso in politica che lasciarsi logorare in una lunga fase di incertezza. Ma in politica è in agguato l’inatteso più che l’inevitabile.
Servirebbe, per il Cavaliere, una mossa da pokerista. Ma valla a indovinare. Chi ti dice che una volta presentate le dimissioni al Quirinale, non spunti un’altra soluzione tesa a ridare ossigeno alla legislatura?

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