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L’impegno dei giovani a caccia di un riscatto 

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Sorpresa e disdetta. I giovani maturati con cento e lode nelle scuole del Sud sono quest’anno risultati il doppio che al Nord. Spinti e raccomandati, come sospetta qualcuno? Oppure spinti e abbandonati, come dovremmo dedurre usando il buon senso?
In molti hanno sghignazzato alle statistiche che, sia pure non ufficiali, vedrebbero rinnovarsi il fresco e discutibile primato del Mezzogiorno e di alcune sue regioni: la Puglia guida la cordata per il numero dei maturati con lode (631), la Calabria detiene il primo posto per percentuale di candidati «centisti» (2,1%) e numero di scuole nella classifica dei primi 10 istituti (ben 7, altri 2 sono in Sicilia e 1 in Puglia).
Le analisi – e le pezze a colori – per spiegare l’inspiegabile di una classe studentesca già segregata agli ultimi gradini delle classifiche europee per qualità dell’insegnamento e performance hanno pescato nelle fantasiose interpretazioni. Dando però subito la stura alle mai estinte suggestioni della spintarella, della raccomandazione, dell’incoraggiamento, del giovane mostro da sbattere in prima pagina.
E veramente in pochi, dopo l’ennesimo stigma lombrosiano, ci siamo chiesti se, anche queste cifre, non siano l’evidenza fattuale che i giovani, e non solo quelli del Sud, stiano lanciando segnali di riconoscimento. E che, tra le sordità, accanto all’indifferenza per corruzione e bustarelle, il nostro tempo non debba annoverare proprio quella che ci impedisce di ascoltare in questi primati il senso di rivalsa che serpeggia tra gli under venti.
Che cosa, allora, secondo noi, vogliono dire i numeri? Forse, semplicemente, i ragazzi meridionali non sono i più bravi in assoluto, ma molti di loro ce l’hanno messa tutta, hanno intensificato gli sforzi più di altri coetanei, perché in loro alberga una sorta di consapevolezza del gap collettivo da colmare, della strada più lunga da percorrere, della ricerca di una distinzione.
Una interpretazione fantasiosa – la nostra – che serve a coprire la mentalità assistenzialistica ormai dilagante nelle scuole? Non neghiamo che ci saranno pure quelli che avranno accettato l’incoraggiamento. Ma, per la presunzione di innocenza, assoluta verso i giovani, noi dobbiamo immaginare che, sgombrando il terreno dai dubbi sul malcostume, le vette alla maturità possano indicare una sorta di legge della sopravvivenza, un nuovo abito nazionale, e non solo nel Mezzogiorno.
Succede cioè sempre più spesso, nelle nostre regioni come in tutto il paese, che i giovani compiano grossi sforzi per uscire dalla sindrome del panda, per presentarsi con le carte in regola, ma che la società e la politica finiscano per frustarne le aspettative.
E puntualmente accade che noi non sappiamo adeguarci e rispondere a questi segnali di eccellenza che giungono da loro. Sicché proprio la maturità, per certi versi la prima prova impegnativa che si profila anche da un punto di vista civile, il primo possente ostacolo nel cursus honorum, diventi il punto più alto di una curva che subito precipita in discesa.
La sordità della politica e della società del resto si manifesta nella qualità delle risposte. Tra le più infrangibili e inadeguata, la persistente prevaricazione della gerontocrazia, che non si riesce a scalzare per alcune irremovibili resistenze mascherate dietro principi.
La legge universitaria in discussione è, per fare esempio, uno dei terreni sui quali questa resistenza a smantellare il governo degli anziani sta manifestando la sua inossidabilità, peraltro ubiqua. Preceduto da una cortina di reprimende e interventi, l’appello ad abbassare a 65 anni l’età di pensionamento dei professori universitari è rimasto inascoltato. È vero, sarebbe colpita al cuore la libertà d’insegnamento, che non si misura con gli anni. È vero, come dice qualcuno, andrebbero via molti dei migliori. Ma quante sarebbero le cattedre che si libererebbero, i budget che si rimpinguerebbero e le risorse che fiorirebbero proprio nel settore della ricerca, così determinante per il futuro di un paese?
A partire proprio dalla formazione, i giovani chiedono il riconoscimento. Ascoltiamoli.

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