Martedì 26 Marzo 2019 | 10:53

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di Michele Partipilo
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 Finita l’ondata delle donne uccise da ex mariti, ex amanti ed ex spasimanti, ecco che a fare strage sono gli uomini rimasti, o in procinto di rimanere, senza lavoro. Due casi in due giorni forse non sono solo una coincidenza.
Perdere l’amore e perdere il lavoro rappresentano  due situazioni estreme per chiunque. L’una mette a rischio le certezze affettive, l’altra quelle materiali. L’una fa apparire il mondo attorno a noi come estraneo e dunque come inutile da vivere, l’altra ci esclude direttamente dalla vita così come viene rappresentata, cioè un insieme di cose che si possiedono.
Sono situazioni di disagio che esplodono in presenza di particolari condizioni, altrimenti se ogni innamorato deluso o ogni operaio licenziato volesse dare libero sfogo agli istinti, probabilmente tutto l’Occidente industrializzato sarebbe un immenso cimitero.
Per fortuna si tratta di pochi casi, la cui evidenza è amplificata dal loro verificarsi nel volgere di pochi giorni. Il che fa supporre che le notizie sparate da televisioni e giornali in qualche situazione di particolare fragilità possano funzionare da detonatore per un malessere che si è accumulato e che non si è capaci di smaltire diversamente.
Non c’è dubbio che il grado di sviluppo e di agiatezza che oggi la società consente a un gran numero di persone ha anche fiaccato la nostra capacità di resistere alle avversità. Una vita più comoda abbassa le difese psicologiche. Oggi molti giovani ritardano il matrimonio in attesa di un lavoro sicuro, di poter acquistare casa o una bell’automobile. Vengono indicati come esempi di saggezza e conseguenza della crisi economica. Ma che cosa dobbiamo dire di quei «giovani» che senza badare tanto a queste cose si sposarono - per esempio - negli anni della guerra? Avventati, temerari, sfrontati, forse, ma ci hanno permesso di essere qui. Sono stati loro gli artefici del boom economico e, quindi, della nostra attuale situazione di benessere. Il loro segreto è stata la capacità di trasformare incertezza e miseria in un potente stimolo a migliorare. Certo, se si vive come negli anni bellici, anche riuscire a mangiare tutti i giorni diventa un progresso evidente. Oggi che si parte da una soglia alta di benessere diventa molto difficile migliorare e quando ci riusciamo il progresso è appena percettibile. Questo meccanismo crea spesso frustrazioni e paure.
Ma va detto anche che viviamo in una società che avendo messo a punto una serie di strabilianti supporti tecnologici per combattere quell’atavica insecuritas  che caratterizza l’uomo, si trova spiazzata quando questi strumenti falliscono o quando l’insicurezza nasce da cause che la tecnologia e la scienza non possono controllare. Per esempio la vita da single è bellissima: niente moglie o marito da sopportare, niente figli da accompagnare a scuola, libertà di muoversi e viaggiare e via di questo passo. Basta un’influenza che ti sbatte a letto per due giorni e scopri che però non c’è un cane che possa andare in farmacia a comprarti la tachipirina. Ecco, questo genera uno stress esistenziale che la tecnologia ha difficoltà a combattere. In altri termini, è venuto meno in molte situazioni quel «materasso» di rapporti parentali, o più in generale umani, che attutivano le nostre cadute.
Ma c’è anche un altro fenomeno di più vasta portata che contribuisce all’esplosione delle più varie forme di disagio. In questo nostro tempo la società è tutta incentrata sull’Io e sul dominio totale che l’individuo deve avere su tutto. Io sono, io posseggo, io appaio, io onnipotente. E allora accade che da un lato si perda ogni controllo e si entri a far parte di quelle che Napolitano ha chiamato «squallide consorterie». Dall’altro che si perda ogni controllo e si ammazzi chi ci ha respinto o ci ha licenziato. Situazioni paradossalmente simili in cui alla fine prevale l’istinto e solo quello, alla faccia di ogni legge e di ogni morale. Ma soprattutto alla faccia di ogni ragione. Ecco, se c’è un filo rosso che sembra legare questi accadimenti che sbrigativamente definiamo come pazzeschi è forse la fine di quel benefico effetto prodotto negli ultimi due secoli e passa dalla rivoluzione illuminista. Andrebbe verificato se quel che sosteneva Kant, cioè l’uscita dell’uomo da una condizione di minorità, oggi sia ancora una affermazione valida. Questa teoria di morti innocenti sembrerebbe indicare di no.

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