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Tasse svedesi ma libertà economica sudamericana

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«Assicurare un reddito minimo a tutti, o a un livello sotto cui nessuno scenda, quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è compito della Grande Società... Non vi è motivo per cui in una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria sotto forma di un reddito minimo garantito, o di un livello sotto il quale nessuno scende».
Non sono concetti espressi da un pensatore socialdemocratico o da un economista keynesiano. Le parole sopra riportate sono tratte dal volume Legge, legislazione e libertà, il cui autore, Friedrich von Hayek (1899-1992), è considerato il simbolo della scuola liberale tendenza liberista del secolo scorso.
Una conferma che solo qualche libertario in versione anarchica può mettere in discussione il ruolo dello Stato nella lotta alla povertà.
La questione è quanto mai attuale perché tocca da vicino il Mezzogiorno d’Italia. L’ultimo rapporto Svimez offre un’immagine ancora più allarmante del nostro Sud. Un meridionale su cinque ha difficoltà a pagare il proprio medico. La produzione arretra. L’emigrazione dei giovani laureati avanza. Nelle more si cerca di confezionare una medicina - il federalismo fiscale - che sta allo sviluppo come una torta di panna sta a una cura dimagrante. Probabilmente, o per fortuna, le cifre sul Mezzogiorno non corrispondono alla realtà, dato che le denunce dei redditi spesso sono più bugiarde di Pinocchio, perché nascondono un’economia sommersa più sfuggente di un’anguilla. Ma è indubbio che l’Italia Bassa non ha molte chance di raggiungere il reddito pro capite dell’Italia Alta.
Proviamo a immaginare cosa avrebbe suggerito Hayek se lo avessero chiamato a rianimare il moribondo Sud Italia. Quasi certamente avrebbe ripetuto i consigli di una vita: bene gli aiuti agli indigenti, ma a condizione di non sovvertire le regole del mercato, introducendo barriere e ostacoli a più non posso. Non sta scritto da nessuna parte, infatti, secondo l’economista austriaco, che la solidarietà debba erodere per forza i pilastri del mercato. Anzi. Più il mercato alimenta l’accumulazione, più saranno possibili politiche di sostegno per i meno fortunati . Non si capisce, cioè, per quale ragione la generosità pubblica debba sfociare in statalismo e corporativismo.
L’Italia e la Svezia rappresentano due modi contrastanti di gestire le risorse pubbliche a vantaggio della socialità. L’Italia di chi paga davvero le imposte è una nazione più tassata della Svezia. Eppure larghe fette della popolazione italiana, dai disoccupati ai precari, soprattutto nel Mezzogiorno, non sanno neppure cosa sia una rete decente di protezione. La causa di questa incongruenza è chiara: i governi del Belpaese non hanno chiesto soldi ai contribuenti con il giusto proposito di impedire che anche una sola persona fosse abbandonata a se stessa; hanno bussato a quattrini, invece, per costruire pesanti strutture burocratiche. E, soprattutto, li hanno spesi con il retropensiero di complicare le regole del gioco, imbrigliando l’iniziativa privata e castrando la libertà economica.
La Svezia ha seguito un’altra strada. Pur avendo avviato, da decenni, massicci programmi di welfare, con il risultato di allungare la spirale spesa pubblica-tassazione, lo Stato scandinavo occupa oggi le prime posizioni nel mondo per la libertà d’impresa e per la protezione dei diritti di proprietà. I risultati si vedono. Nonostante la cospicua imposizione fiscale, il tasso di crescita svedese viaggia tra i 3 e 4 per cento l’anno mentre la disoccupazione è calata, in un anno, dal 9 all’8 per cento. In sintesi: lo Stato sociale svedese è un mix tra alto prelievo fiscale a favore dei più deboli e alto tasso di libertà economica per i più intraprendenti. Colà, lo Stato non rompe le uova al Mercato, e il Mercato non rompe le scatole allo Stato.
In Italia, invece, regna la confusione, anzi la sovrapposizione endemica. Lo Stato vuole sostituirsi al Mercato mortificandone le energie più creative, mentre il capitalismo reale vuole fare affari con la politica calpestando tutti i precetti sulla separazione dei ruoli. Logico che la macchina della produzione corra, nella terra di Dante e Croce, più lenta di una Topolino col freno a mano. Logico che, con questi chiari di luna, nel Sud nemmeno il Padreterno riuscirebbe a compiere il miracolo della definitiva rinascita. Logico che, pur essendo un Paese che non lesina sulla spesa pubblica, la Svezia non soffra di quelle intossicazioni della moralità e della legalità di cui patisce quotidianamente l’Italia.
Sintesi. La socialità può funzionare solo se non mette i bastoni nelle ruote del mercato. In Svezia ci sono riusciti. In Italia, invece, si continua a confondere la socialità con le regole che comprimono la libertà economica. Per cui a ogni supplemento di tasse non segue alcun beneficio per i più disagiati. In Svezia hanno applicato le ricette distributive di John Maynard Keynes (1883-1946) con la filosofia mercatista di Hayek. In Italia e nel Sud, invece, ha prevalso il pensiero debole, clientelare e sudamericano, che sta al mercato, cioè allla libertà e democrazia economica, come un maniaco sta a un gineceo.

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