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Chi conosce la Pinacoteca provinciale di Bari, li avrà notati, soprattutto nella sala dedicata all’Ottocento, ovvero nel corridoio degli acquerelli e disegni:  il quadro «Sull’Ofanto» di De Nittis e il suo «Autoritratto» in inchiostro, il «Ritratto di Donizetti» di Francesco Saverio Altamura, la civettuola «Nuda sul letto» di Francesco Netti come anche «La sigaretta post prandium», gli inchiostri di Antonio Piccinni... Solo per citare le opere di pittori pugliesi.
Sono tele donate nel 1936 da Riccardo Ferrara, che insieme ad altre cento opere costituirono il primo - e più sostanzioso - nucleo della collezione d’arte dell’Ottocento e del primo Novecento del museo barese, con artisti di scuola napoletana e pugliese. Naturalmente, prima che nel 1985 approdasse in Pinacoteca un’altra donazione, certo ben più quotata e ben più rappresentativa di quadri ottocenteschi, offerti da Luigi Grieco (Fattori, Lega, Pellizza da Volpedo, Signorini, Casorati...).
Ora quelle 107 opere donate da Riccardo Ferrara (e da suo figlio Vittorio) sono messe in mostra nella stessa Pinacoteca, tutte, mentre finora solo una buona scelta aveva goduto di visibilità. La mostra, aperta fino al 5 settembre, s’intitola «Passioni di un collezionista. La donazione Ferrara alla Pinacoteca provinciale di Bari», ed è curata da Clara Gelao (autrice anche del rispettivo cataloghetto, con testi di Giacomo Lanzilotta). Le opere sono state allinenate negli spazi espositivi occupati dalla collezione Grieco, in questi giorni in trasferta a Cagliari.
Riccardo Ferrara era nato a Trani nel 1863, ma era vissuto a Bari, dove praticava l’attività forense, senza disdegnare anch’egli la pittura, la satira, con disegni e vignette, nonché l’attività giornalistica: diresse le riviste «Caronte» (1889-1891) e «Figaro» 1900-1901). In mostra anche alcuni suoi disegni satirici e alcune sue tele.
Oltre ai pugliesi, nella collezione Ferrara si annoverano artisti come Pitloo, Michetti, Fergola, Gigante, Irolli... Mentre tra i novecenteschi, ci sono quadri dei pugliesi Raffaele Armenise (che forse meriterebbero un ripescaggio: deliziosa la «Partita in sacrestia»), Damaso Bianchi, Enrico Castellaneta, Giuseppe Casciaro...
Dall’insieme delle opere traspare la «fervida passione per l’arte» con il buon gusto e le possibilità finanziarie di ottima borghesia. «Illuminata», naturalmente, nel suo volere condividere questo patrimonio culturale con la propria comunità (un vanto ribadito anche sulla lapide funebre nel cimitero di Bari). Le donazioni sono la linfa vitale per una istituzione pubblica (in realtà sempre più povera di mezzi), e sono anche un atto d’amore. Quando Riccardo Ferrara regalò la sua collezione, volle appunto precisare che lo faceva, perché le opere donate «lasciassero una traccia della sua fervida passione per l’arte, ed invogliassero altri conterranei, che possedessero pregevoli dipinti, di cui la generalità non ha alcun godimento, a seguire il suo esempio, con la nobile finalità di sempre più incrementare fra noi il culto delle arti belle e degne della grande tradizione italiana».
Gliene siamo grati.

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