Martedì 26 Marzo 2019 | 17:51

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Il divo Giulio variabile indipendente del Cavaliere

di Giuseppe De Tomaso
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 L’incubo di Silvio Berlusconi non si chiama Gianfranco Fini, ma Giulio Tremonti. E’ vero, come racconta Pino Rauti, storico rivale di Fini ai tempi del Movimento sociale italiano, che Fini è insuperabile nel ruolo di oppositore interno, ma è altrettanto vero che la consistenza del plotone finiano in Parlamento non desta particolari apprensioni a Palazzo Chigi. Qualora poi lo strappo del presidente della Camera si rivelasse più insidioso di uno scisma, il premier potrebbe correre ai ripari raddoppiando il corteggiamento in direzione di Pierferdinando Casini che, di fronte all’ipotesi di un Berlusconi-bis anziché di un semplice rimpasto nell’attuale governo, potrebbe ritornare nell’orbita del centrodestra (ma la Lega, preventivamente, ieri si è già messa di traverso). Nell’attesa, però, di sviluppi tutti da verificare, è Giulio il Cassiere la vera spina di Silvio il Cavaliere. Più il presidente del Consiglio manifesta qualche disponibilità verso le richieste di Regioni e enti locali, più il ministro dell’Economia blinda in cassaforte il testo della sua manovra, accusando i presidenti regionali di scialare senza pudore. Più il Principale strizza l’occhio agli interlocutori, rivelando la sua indole di primo piacione d’Italia, più il suo Luogotenente si allena a mostrare la faccia feroce, ricordando al suo Capo che i mercati ci guardano e che ogni cedimento nella vertenza con le Regioni può pregiudicare il risanamento dei conti e la reputazione del Belpaese nel mondo.
Neppure Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha eguagliato il numero dei «no», nello scontro con la Fiom a Pomigliano, totalizzato da Tremonti nel braccio di ferro con i rappresentanti delle Regioni. Un record assoluto in un Paese storicamente abituato al compromesso e all’accordo nei tempi supplementari. Sotto questo aspetto, Tremonti è il più anti-italiano tra i politici in circolazione, più anti-italiano dello stesso Umbero Bossi, il cui sogno rimane l’indipendenza della Padania.
Allora. Quanto reggerà il tandem Berlusconi-Tremonti, dal momento che, pur essendo diversi come un camion e una bicicletta, i due posseggono un’autostima sconfinata, degna di Napoleone (1769-1821) dopo il trionfo di Austerlitz? Anche se disprezza gli economisti, il ministro ragiona con la logica di un esperto di bilanci. Il primo ministro, invece, anche se cita sempre la sua estrazione imprenditoriale, ragiona con la logica dei voti e del consenso. Per un paio d’anni, al presidente del Consiglio ha fatto assai comodo un collaboratore primatista nel dire no a tutti. Adesso, però, l’intransigenza tremontiana rischia di provocare contraccolpi sia nel rapporto tra il governo centrale e i governatori locali sia nell’indice di popolarità e gradimento dell’esecutivo in carica. Neppure Bossi riesce a fare breccia nell’amico Giulio, nonostante le pressioni degli amministratori periferici in camicia verde.
Già nel 2004 la coppia Silvio-Giulio scoppiò come una bomba atomica. Ma la deflagrazione fu resa possibile dai siluri di Fini (nei confronti di Tremonti) e dalla malattia di Bossi, la cui assenza dal proscenio impedì al Carroccio di portare in salvo il berlusconiano più leghista in circolazione. Oggi, le condizioni sono differenti. Il peso di Bossi è cresciuto e il bersaglio di Fini si trova a Palazzo Chigi, non dietro la scrivania che fu di Quintino Sella (1827-1884).
La stessa cautela di Casini, di fronte al pressing (modello Gattuso 2006) avviato dal Cav nei suoi riguardi, si spiega forse non solo con il timore di passare per il killer di Fini o per un trattativista più spregiudicato di un Talleyrand (1754-1838), ma anche o soprattutto per la difficile coesistenza tra due temperamenti, due linee parallele, ai vertici dell’esecutivo. «Chi me lo fa fare - deve riflettere Casini - di imbarcarmi in un governo, al cui interno la voce del ministro dell’economia conta più di quella di tutti gli altri ministri messi assieme. E se poi l’esecutivo cadesse? E se poi si ritornasse anzitempo alle urne?».
Tremonti sa ciò che gli altri pensano di lui. E, forse, se ne compiace. Sa anche che la sua partita si gioca su altri due tavoli: l’economia e l’Europa.
Se l’economia non ripartirà, se cioè saranno necessarie cure da cavallo difficili da sottoscrivere da parte di un politico politico (compreso Berlusconi), il Divo Giulio, più tecnico che politico, potrà presentarsi con questo proposta: «Per carattere e per convinzione, non ho paura dell’impopolarità. Se volete, sono pronto a risanare i conti con una determinazione ancora maggiore rispetto a quella dimostrata finora. Se no, mi faccio da parte». Quasi certamente gli direbbero di no, come testimoniano le critiche alla manovra 2010, accusata di badare solo alla stabilità e di trascurare in toto la crescita. In tal caso, la stella tremontiana comincerebbe a tramontare.
Ma fino a quando Tremonti farà il Tremonti, tutte le scelte, anche politiche, di Berlusconi, di Fini e di Casini verranno congelate dall’esito dello scontro a quattro fra superministro, centrosinistra, centristi e anche centrodestra.

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