Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:01

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«Prima paghi e poi contesti» la Puglia verde sparirebbe

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso

Finiremo per diventare tutti dipendenti pubblici, sottoimpiegati e sottopagati? O ci accontenteremo di restare sempre di più azionisti di minoranza rispetto a uno Stato che deciderà dove, come e quando prelevare risparmi e profitti privati? Non è uno scenario orwelliano, figlio del pessimismo di chi rinuncia a lottare. E’ una prospettiva verosimile se la macedonia tra crisi economica e interventismo pubblico dovesse alimentarsi ogni giorno di più.
L’altro ieri la Gazzetta ha dato notizia che nel Tarantino circa 200 aziende agricole sono state vendute in aste giudiziarie nel solo mese di febbraio. Un bilancio terrificante per l’agricoltura pugliese alla cui origine non è estraneo l’insostenibile peso della contribuzione previdenziale che grava sugli agricoltori. Più volte i governi sono intervenuti con condoni e sanatorie, ma queste manovre hanno sortito l’effetto di un’aspirina. Sùbito dopo, le aziende sono tornate in debito d’ossigeno perché il carico previdenziale, specie in anni di prezzi modici, è più pesante di un tir pieno di meloni. Resisti oggi, resisti domani, alla fine succede che il calvario di un’azienda cessi direttamente in tribunale, con la presa d’atto del suo fallimento.
Servirebbe, in agricoltura, una rivoluzione liberale che eliminasse vincoli e quote e, soprattutto, rendesse tollerabili le richieste fiscali e previdenziali da parte della cassa centrale. Invece, non solo s’inasprisce il gravame tributario e contributivo, ma si progettano provvedimenti che, se entrassero in vigore, potrebbero causare la strage definitiva di molte imprese, soprattutto in Puglia e soprattutto in agricoltura. Giulio Tremonti non è un ministro qualsiasi. Sa di cosa parla. Anche a detta dei suoi detrattori, forse più numerosi dei critici di Marcello Lippi, egli è un politico-tecnico-intellettuale esperto e competente. Ma, come tutti i fuoriclasse consapevoli di esserlo, è portato a strafare, cioè a ritenersi infallibile. Il che costituisce un limite, perché la conoscenza è infinita e nessun uomo di governo potrà mai prendere la decisione giusta di fronte all’impossibilità di conoscere tutti gli aspetti di un problema e tutte le variabili indipendenti che caratterizzano i rapporti di mercato fra produttori e consumatori.
Il decreto legge sulla manovra contiene un principio che contraddice il pensiero del Divo Giulio. Solo pochi giorni addietro, il ministro dell’Economia ha auspicato la riscrittura dell’articolo 41 della Costituzione perché, a suo giudizio, non tiene conto delle esigenze dell’impresa privata che andrebbe liberata da una selva di regole più inestricabile di un rebus e più costosa di una miniera di diamanti. Perfetto. Bravo. Bis. Ottimo, poi, il richiamo a un altro precetto disatteso dallo Stato onnivoro: tutto deve essere libero tranne ciò che è vietato, non viceversa.
Però. Il principio solve et repete (paga e poi chiedi la restituzione, ossia paga e contesta) è ricomparso inopinatamente a distanza di quasi 50 anni dalla sconfessione da parte della Corte costituzionale. In soldoni: i debiti verso la pubblica amministrazione o verso l’Inps devono essere pagati anche prima di essere accertati. Dal prossimo gennaio ogni avviso di addebito per il recupero di somme pretese dallo Stato sarà immediatamente esecutivo. L’idea avrebbe fatto la sua bella figura anche nel periodo di Don Peppino Stalin (1878-1953), un po’ meno oggi, visto che in uno Stato di diritto tutti sono innocenti fino a prova contraria.
Né, per spiegare questo cambio di marcia, serve tirare in ballo la storia dell’evasione e dei contenziosi infiniti. Per la semplice ragione che più di metà delle cause fiscali si risolvono a favore dei presunti colpevoli. La qual cosa, in caso di applicazione della nuova norma, comporterebbe la confisca immediata di più di metà delle somme contestate agli «indagati». E così anche tra gli analisti più vicini al ministro c’è chi ha parlato di «stato di polizia tributaria», una fraseologia fino a ieri rivolta quasi esclusivamente a Vincenzo Visco, rivale tecnico-politico di Tremonti.
Allora. Immaginate cosa potrebbe accadere nelle campagne pugliesi e lucane - già colpite da un sacrificio contributivo esasperato (anche) dal fatto che le coltivazioni di queste due regioni richiedono un maggiore ricorso alla manodopera rispetto alle colture e alla zootecnia del Nord - se le pretese dell’amministrazione finanziaria e dell’Inps scattassero dal 2011, com’è nelle intenzioni del legislatore. Non ci vuole molto ad immaginarlo: l’ipoteca di Stato sulla stragrande maggioranza delle imprese agricole meridionali, con conseguente probabile confisca delle stesse e possibile ribellione di massa da parte dei coltivatori. Già, oggi, l’agricoltura non è in grado di reggere il fiato dell’Inps. Figuriamoci domani se il principio Solve e repete    dovesse ispirare l’azione di recupero delle somme contestate agli imprenditori. Verrebbe da concludere con un «telegramma» dello storico romano Tacito (55-117 dopo Cristo): ubi solitudinem faciunt pacem appellant (Hanno fatto un deserto e lo chiamano pace).
Post scriptum. A detta di Emma Marcegaglia, il governo avrebbe cambiato idea sulle misure fiscali. Speriamo.

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