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Se la Lega piange il governo non ride

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Può uno così esser preso sul serio? Domanda ricorrente in molti italiani. Sergio Romano così lo definiva sul Corriere della Sera: "un carisma in cerca d'impiego". Ma ora che Umberto Bossi s'è legato a filo doppio col premier (dopo averlo chiamato fascista e mafioso) che senso ha porsi ancora quella domanda? Ormai uno così è stato preso sul serio, così come natura l'ha fatto. E' il pilastro del governo. Sostenitore accanito di Tremonti, e guai a chi lo tocca. Dominatore delle regioni padane che però insieme a quelle arrabbiate del Sud fanno le barricate contro i tagli del ministro dell'economia.
Può esser preso sul serio uno così? Così l'hanno preso finora i parroci padani: paladini della Chiesa cattolica contro i laicisti, massoni e mangiapreti. Ma forse s'illude. I politici son facili a voltar pagina. La Chiesa non dimentica. Non reagisce a caldo. Non menò scandalo quando il Senatur armeggiava di scimitarra contro papa Wojtyla che secondo lui "stava sbagliando tutto". Disse che il Concilio Vaticano II aveva aperto al comunismo con quei "lazzaroni che stanno di qua dal Tevere, i vescovoni cattocomunisti". E nel suo stile raffinato sentenziò: "Il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia". 
Può uno così esser preso sul serio? Sì, anche quando insulta gli Azzurri alla vigilia della partita con la Slovacchia. Ha rotto i santissimi. E per la prima volta è stato costretto a smentirsi, dopo anni e anni di sputi e villanie, con l'ampolla in mano del dio Po. Ma chi per prima l'ha smascherato è stata Gigliola, la prima moglie. E poi la sorella Angela: "Stiamo parlando di uno che ha organizzato tre feste di laurea senza essersi mai laureato".
Quando nel 1975 s'iscrisse al Partito comunista, alle sezione di Verghera di Samarate, si firmò "Bossi Umberto medico". Tutte le mattina usciva di casa con la classica valigetta marrone da dottore della mutua. Finché un giorno Gigliola lo costrinse a confessare. E fu divorzio. Ma lui presto si consolò. Entra in Senato il 1987. E là il sottoscritto apprese dalla sua voce che si era già unito con una giovane siciliana. Una tenace terrona che non salvò dalle sue ire quei poveri terroni milanesi che avevano trombato il sindaco leghista Formentini.
E' un momento cruciale per Bossi. La rivolta delle Regioni rischia di affossare la riforma federale. Fini non perde occasione per beccarlo. Sa che l'anello forte della catena Berlusconi può diventare l'anello debole. La Chiesa aspetta sulla sponda, con i gesuiti apripista della politica vaticana. E questa volta in prima linea i padri della rivista milanese di Piazza San Fedele, a fianco del cardinale Tettamanzi. Nell'editoriale del numero di maggio il direttore Giacomo Costa svolge un'analisi approfondita del fenomeno Lega concludendo con un verdetto radicale sulla ideologia sottostante.
Già il suo maestro Gianfranco Miglio aveva inquadrato il personaggio Bossi: "Non legge niente, non ha mai letto una riga, non che sia ignorante, ma le cose che esterna le orecchia". Ma il gesuita va in profondo. Pone la Lega in parallelo con l'ideologia marxista che postulava una società strutturalmente conflittuale. La lotta di classe ha fatto il suo tempo, ma non l'idea del conflitto permanente con il nemico da sterminare.
"Pericolosa allusione che i problemi si possano risolvere con l'eliminazione di chi è portatore (non più capitalisti, ma i rom, i clandestini, gli immigrati, ecc.)", scrive il direttore del periodico milanese. E rimarca la distanza della Lega dalla visione sociale cattolica: "Alla ideologia della lotta di classe la Chiesa contrappone l'ideale di una società armonica e della concordia tra le classi". Una chiara lezione a quei parroci nordisti che nella scia demagogica della predicazione leghista alimentano le paure scostandosi dalla tradizione cristiana di solidarietà e accoglienza.
Si può prendere ancora sul serio uno così? Bossi ha gufato la nazionale di calcio menando anche jella. Ma con l'arenarsi della balena federalista vanno scemando le fortune leghiste. La memoria lunga della Chiesa comincia a farsi sentire sulle sponde del Po. E la crisi della Lega potrebbe esser fatale alle sorti del governo.

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