Sabato 23 Marzo 2019 | 18:02

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di Vito Marino
di VITO MARINO 

Quelli di ieri non erano gli All Blacks, eppure l’Italia di Lippi è andata molto vicina a una nuova Corea. Se Wood, a pochi minuti dalla fine, indovina l’an - golino a ridosso del secondo palo, per gli azzurri sarebbe stata notte fonda. La Nuova Zelanda, al 78° posto nella classifica Fifa, nazione da sempre più incline al rugby che al gioco del calcio, ha messo completamente a nudo i limiti di una formazione senza equilibrio, poca qualità e solo tanta buona volontà. Che, però, non può essere sufficiente per andare avanti pur in un Mondiale finora ai verbi difettivi. 

Senza aggrapparsi al solito ritornello degli assenti «ingiustificati», dei giocatori che potevano essere utili e non sono lì, la nostra impressione è che Lippi non sia entrato in piena sintonia con i suoi uomini e viceversa. Che senso ha tutto il lavoro fatto se si finisce poi col giocare a inventare all’ultimo minuto, con un improvvisazione degna di un principiante e non di un allenatore di lungo corso come il viareggino? 

A questo punto sembra chiaro che il buon Marcello ha in mente una squadra che non trova sul campo. In Germania c’era solo da gestire e poco da inventare. Quattro anni dopo gestire non basta e si fa fatica ad inventare qualcosa. Se andiamo ad analizzare brutalmente i primi 180 minuti del nostro Mondiale, arriviamo alla conclusione che la nazionale ha segnato due reti casuali, la prima (quella di De Rossi contro il Paraguay) agevolata da un’uscita a vuoto del portiere Villar, la seconda (quella di Iaquinta) grazie a un calcio di rigore concesso dall’arbitro guatemalteco Batres in un impeto di generosità. Reti figlie del caso, non della manovra o delle prodezze individuali. Il problema c’è ed è evidente, Lippi ci ha lavorato per tutta la settimana ma i risultati sono stati anche ieri modesti, tanto che rischiano di compromettere il cammino degli azzurri.

Sia contro il Paraguay sia contro la Nuova Zelanda si è fatta tanta fatica a smarcare l’uomo nei sedici metri finali e le poche insidie per il portiere avversario sono maturate con conclusioni (poche in verità) dalla distanza soprattutto del viola Montolivo, uno che si è ritrovato titolare per l’infortunio di Pirlo. Il che la dice tutta sul grado di improvvisazione di questa spedizione. E che dire di Marchisio, tenuto in campo pure ieri in un delirio di contraddizioni tattiche che lo hanno portato a non essere utile né all’attacco e né alla difesa. Ci si aspettava il cambio durante l’intervallo e invece il primo sacrificato della partita (stranamente) è stato Pepe. Lippi - bontà sua - dice «niente panico». Intanto l’Italia arriva all’appuntamento decisivo di giovedì in stato confusionale, con l’ansia di dover battere a tutti i costi la Slovacchia per non correre il rischio di mettere mano alle valigie. No, non era questo il Mondiale che un po’ tutti sognavamo.

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